venerdì 23 aprile 2021

La saga della “Fontana dello Zodiaco” ad Ostia meglio di Twin Peaks

La vera storia della Fontana dello Zodico ad Ostia.

Doveva essere riaccesa nel giorno del Natale di Roma e invece la Sindaca ha anticipato all’ultimo per evitare contestazioni. Un momento molto atteso da parte degli ostiensi, tagliati fuori insieme ai giornalisti e ai fotografi, trasformato in una saga degna di Twin Peaks.
Nelle puntate precedenti:
Il restauro della “Fontana dello Zodiaco” compare la prima volta nelle intercettazioni tra Luca Parnasi e il consigliere Paolo Ferrara nella vicenda “Stadio della Roma”. Viene restaurata grazie ad una interpretazione creativa del decentramento amministrativo dal Municipio X, nonostante non ne avesse la competenza. La fontana si trasforma in pertinenza stradale e così i soldi vengono presi dai fondi destinati alla manutenzione delle strade, in questi anni divenute vere e proprie piscine per i pneumatici e puntellate da cartelli con limiti a 30Km/h. I costi del restauro levitano di ben 4 volte, così come i tempi di consegna e di riapertura, e per giustificarsi, come perfette casalinghe di Voghera, si inventano che si tratta di “opera d’arte”, addirittura un “tesoro architettonico della Capitale”, un getto continuo di falsi che raggiungono l’altezza imperiale di Pier Luigi Nervi con lo scopo di enfatizzare il restauro, una vera e propria photoshoppata in perfetto stile grillino di Paolo Ferrara. Si tratta di un’opera pubblica, per quanto concerne la terrazza, dove è stata posizionata successivamente una vasca modesta con la funzione di serbatoio di riserva per l’impianto antincendio.
Il plot si fa sempre più intrigante. Il 20 aprile si arrabbiano tutti, persino i fotografi professionisti storici di Ostia, esautorati dall’Ufficio Stampa della Sindaca che riproduce in mondovisione scatti fotografici con l’orizzonte della Capitale d’Italia storto, lo stesso ufficio che ha confuso l’arena di Nimes con il Colosseo. Poi il dilemma: sono stati o no realmente restaurati i mosaici ad intarsio o sono dei falsi? Ferrara assicura che non ci sono mai stati mosaici.
I droni inquadrano gli zampilli di una vasca in cemento. Sullo sfondo solo abbandono e degrado, strutture fatiscenti e occupate da disperati. Una vasca in cemento appoggiata al centro di una terrazza nata esclusivamente per essere non un luogo di aggregazione bensì area scenografica del punto terminale di una strada ad alto scorrimento, ora priva anche di parcheggi. Tant’è che non ci sono panchine o zone d’ombra, ma solo telecamere per ora non funzionanti. Un set mordi e fuggi, il tempo di un selfie dopo aver parcheggiato l’auto in divieto di sosta sotto il sole di agosto. Perché questa è l’idea di città che ha questa amministrazione. Scenografica.
Mai fu più vero lo slogan del Comune “spaccioarte”, cioè roba tossica.
Solidarietà alla buon anima dell’ingegnere comunale Mario Ferrero, padre di quella fontana.
 
Tutti ne parlano, pochissimi ne conoscono la sua storia, la sua funzione e il suo ruolo urbanistico.
Per chi volesse non fare la solita figura de “#oggituttisovrintendenti” auguro buon proseguimento di lettura.
La manutenzione è inclusa nel mezzo milione di euro? No, non è stata prevista. Ora come allora.
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Il piazzale con la Fontana dello Zodiaco costituisce il fondale scenografico di viale Cristoforo Colombo nel punto terminale di Ostia Lido: frutto di una storia lunga e complessa avviata negli anni Cinquanta del secolo scorso. La sua realizzazione rappresentò il punto di arrivo di una lunga pianificazione urbanistica iniziata sin dai primi Anni Trenta quando Benito Mussolini decise di espandere Roma verso il mare ideando la “via Imperiale”: una grande arteria a due carreggiate e doppia corsia, inserita nel Piano Regolatore del 1931.
La via, partendo dalla passeggiata archeologica presso le Terme di Caracalla, doveva giungere fino a Ostia Castel Fusano. Nell’intento del capo del Governo c’era anche quello di collegare il Lido di Ostia al nuovo quartiere dell’Eur, progettato per accogliere l’Esposizione Universale che nel 1942 si sarebbe dovuta svolgere a Roma, ma che, come noto, lo scoppio della Guerra non rese possibile. Il Piano del ’31 – seguito da quello particolareggiato del 1931-1936 – prevedeva che il Lido diventasse un nuovo e moderno quartiere di Roma dotato di tutti i servizi necessari affinché fosse abitato tutto l’anno ed entrasse in tal modo a far parte della Capitale. Pertanto era necessario «prolungare il Lungomare al lido di Roma lungo la Pineta di Castel Fusano fino all’incrocio con la via Imperiale», come si legge in una nota ufficiale del Governatorato, del 15 agosto 1939. Quindi gli assi di Ostia diventarono due: la via Ostiense attorno alla quale si andava sviluppando il centro abitato e la via Imperiale, nuovo limite dello stesso. Così venne abbandonata l’idea del fondatore di Ostia, il senatore Paolo Orlando (1858-1943), che all’inizio del XX secolo aveva avviato l’ambizioso programma di ‘rinnovamento’ del Lido, destinandolo a «ridente borgata marittima» 1 . Nel 1938 fu avviata la costruzione della nuova strada – all’epoca la più grande d’Europa - che però, per lo scoppio del conflitto mondiale, venne completata solo nel 1954, anno in cui fu intitolata a Cristoforo Colombo.
Nei primi anni Cinquanta quindi, in vista dell’apertura del lungo rettilineo, si progettò anche la parte finale di questa via di comunicazione: una grande terrazza che dava sul mare costituita da un enorme piazzale con rotonda centrale di circa 4000 mq di superficie. Sulla terrazza sarebbe dovuta essere posta una “fontana artistica”, scelta tra quelle dismesse depositate nei magazzini della Ripartizione X Antichità e Belle Arti, progetto che non si concretizzò. Infatti, i documenti, rinvenuti presso l’Archivio Storico Capitolino, svelano che il progetto di abbellimento della “rotonda” ha avuto un percorso “accidentato”, con ben due fasi distinte di lavorazione: in un primo periodo la realizzazione del piazzale coi segni zodiacali, poi la costruzione della fontana. Tra il 1953 e il 1955, uno scambio di lettere tra i diversi Uffici comunali coinvolti nel progetto (A.C.E.A., Ripartizioni VI, X e XIII, Assessorato preposto alle Municipalizzazioni e SS.TT.), rivelano intenzioni contrastanti circa la volontà di costruire una fontana in loco. Il 26 marzo 1953 l’A.C.E.A. (Azienda Comunale Elettricità ed Acque) comunicò alla Ripartizione X che, «in occasione dell’inaugurazione del nuovo Acquedotto del Lido di Roma, alimentato con acqua del Peschiera, si doveva provvedere per incarico della Amministrazione Comunale alla costruzione di una fontana artistica al Lido, in Piazzale Cristoforo Colombo». A tal proposito si «chiedeva di conoscere quale fontana artistica depositata nei magazzini comunali» fosse adeguata allo scopo, e si allegava uno schizzo quotato dell’area . La Ripartizione X rispose all’A.C.E.A. il luglio successivo che «nessuna delle fontane artistiche demolite esistenti nei magazzini può ritenersi adatta» e consigliava, inoltre, considerata la posizione del piazzale di fronte al mare, di non eseguire una fontana isolata. Nella nota si riferiva anche che si era a conoscenza che l’Ufficio Tecnico della Ripartizione Lido stava predisponendo il progetto. Nelle successive comunicazioni formali, tra il mese di luglio e agosto del 1953, entrambe le Ripartizioni coinvolte, X e VI, suggerirono l’opportunità di bandire un concorso pubblico: in particolare, la Ripartizione VI, specificava che la competenza della scelta «fra noti artisti romani» doveva essere della ‘Sovrintendenza’ di allora. A tale richiesta, la Ripartizione XIII, rispose: «la Direzione Tecnica non ha ritenuto utile inserire nel progetto esecutivo le fontane decorative ai lati delle scale, in un primo tempo previsto, e ciò per ragioni tecniche ed economiche». Esclusa quindi la costruzione di fontane, si proseguì con la realizzazione del piazzale che avvenne in due tempi distinti. In data 26 giugno 1951 la Giunta Municipale sottopose al Consiglio Comunale la Delibera n. 978 - “Costruzione della terrazza a mare antistante il piazzale Cristoforo Colombo” - sulla base della seguente premessa: «il Litorale di Castel Fusano, al Lido di Ostia, va rapidamente sviluppandosi con il sorgere di moderni e importanti stabilimenti balneari e che, data l’imminente attivazione della quarta stazione ferroviaria litoranea, si rende ormai urgente e necessario provvedere alla sistemazione della zona terminale del grandioso viale Cristoforo Colombo (già via Imperiale), secondo quanto previsto dal piano particolareggiato predisposto per la località». Successivamente alla pubblicazione del bando, dopo due licitazioni andate deserte, a seguito della Delibera n. 1839 del 7 maggio 1952, si rese ancora «necessario provvedere alla definitiva sistemazione del piazzale» affidando l’appalto a un’impresa specializzata nella realizzazione di grandi opere pubbliche. Per questo, con trattativa privata, venne scelta la ditta di Calantoni Arnaldo - molto attiva sul territorio romano negli anni Cinquanta - che, in data 8 gennaio 1953, firmò il Contratto di Servizio con il Comune di Roma per l’affidamento di un “Appalto dei lavori per la costruzione della terrazza a mare antistante il piazzale Cristoforo Colombo al Lido di Ostia, suddiviso in due lotti”. Il primo comprendeva: opere murarie, fognatura, il rilevato, il marciapiede e la gradinata (verbale di consegna datato 26 gennaio 1953). Il secondo lotto, consegnato il 25 luglio 1953, che riguardava il piazzale includeva: «opere in travertino per fare pavimenti e recinzioni, opere in marmo per pannelli e mosaico». L’esecuzione dei lavori, però, non fu consequenziale: una serie di documenti allegati al Verbale di collaudo dell’opera del 7 maggio 1956 (inviato dalla Ripartizione V Divisione Strade e Ponti, Roma Sud, alla Divisione I) rivelano che essi vennero interrotti e che fu concordata anche una variante del prezzo. Pertanto in data 16 marzo 1953 venne effettuata una perizia suppletiva che stabilì, come nuovo termine utile per completare l’opera, il 15 dicembre 1954 con collaudo dopo un anno, in quanto si ravvisò «l’opportunità di arretrare l’accesso della terrazza rispetto al filo stradale e di sollevare la quota di pavimentazione onde ottenere una più completa visuale panoramica». I lavori vennero quindi sospesi il 18 novembre 1953 – come si legge nel verbale di riferimento - per apportare una variante finalizzata a rendere esteticamente più gradevole il luogo ma anche per studiare un sistema migliore di smaltimento delle acque pluviali. Si stabilì dunque, come evidenziato nella Relazione della Ripartizione V (Divisione Lido del 16 marzo 1953) un “Nuovo prezzo per la fornitura di lastre di pietra di Bagnoregio nei lavori della pavimentazione della terrazza a mare antistante il piazzale Cristoforo Colombo al Lido di Roma” per «migliorare l’estetica architettonica della pavimentazione della terrazza a mare apportando la variante delle fasce e bordure in lastre di pietra di Bagnoregio anziché in travertino onde realizzare con il colore bruno di detto materiale un maggiore risalto congiunto ad un notevole effetto decorativo dei motivi della pavimentazione sul campo chiaro del lastrame di travertino lavorato; ad opera incerta». I lavori ripresero il 16 luglio 1954 e ultimati il 15 dicembre dello stesso anno, come confermato dal Direttore dei lavori nella relazione finale del 12 ottobre 195514 . Pur non avendo trovato riscontro sull’autore dei mosaici del piazzale, si ha certezza che la «fornitura e collocazione in opera di pannelli a mosaico o a intarsi in travertino di Bagnoregio con figurazioni dello zodiaco» venne effettuata dell’Impresa Colantoni (intervento documentato nel “Registro di contabilità” della stessa ditta, in data 29 ottobre 1953). Oltre ai segni dello Zodiaco, al centro del piazzale, venne rappresentata l’immagine della rosa dei venti che, a seguito del sovrapposizionamento della fontana, sparì. Tale simbolo, infatti, appare disegnato a matita nel progetto grafico del piazzale. Ultimato il piazzale, nell’aprile 1955, venne firmato un secondo contratto con l’Impresa Colantoni Arnaldo: “Appalto dei lavori per la pavimentazione del marciapiede antistante la terrazza a mare sita al piazzale Cristoforo Colombo al Lido di Ostia”. Il Capitolato, allegato all’atto, fornisce informazioni tecniche dettagliate circa l’esecuzione dei lavori elencando, in termini di costi, gli interventi da eseguire e i materiali scelti, gli stessi utilizzati anche per il piazzale pavimentato (pezzame di travertino e basaltina). Finalmente il 2 maggio 1955 anche il marciapiede venne portato a termine. Nell’agosto successivo, la rivista del Governatorato Capitolium dedicò un articolo alla nuova costruzione definendola «l'opera pubblica più notevole del nuovo centro balneare di levante» e così descriveva il piazzale: «una pavimentazione in travertino, decorata da grandi liste geometriche e dalla raffigurazione delle 12 costellazioni dello Zodiaco in pietra nera di Bagnoregio». Al centro della rotonda, contornata dai segni zodiacali, faceva bella mostra di sé una rosa dei venti, di cui rimangono 8 vertici.
Non avendo rintracciato alcuna documentazione in merito, unico riferimento possibile è quello stilistico che rimanda ai mosaici in bianco e nero di età imperiale presenti negli scavi di Ostia Antica, e che avevano un precedente nei graffiti che decorano l’ex Palazzetto del Governatorato di Ostia (oggi sede del Municipio X) affidati al prof. Umberto Calzolari dal progettista e architetto Vincenzo Fasolo. Come si evince da quanto fin qui detto, la costruzione della fontana avvenne in un secondo tempo, non troppo distante, anche con funzione di serbatoio di riserva per l’impianto antincendio a servizio delle aree verdi del vicino Parco di Castel Fusano: era costituita da due vasche circolari concentriche, realizzate in muratura di mattoni, rivestite in cemento. «Si era pensato di creare una fontana la cui vasca consentisse un accumulo d’acqua capace di sopperire allo scopo originario», con un serbatoio di circa cento metri cubi di capacità, alimentato mediante un pozzo artesiano da trecento litri al minuto. A causa delle esigue risorse finanziare, si riuscì a realizzare un’opera modesta, almeno per quanto riguarda la struttura architettonica, utilizzando anche materiali di recupero. Infatti, il 4 novembre 1957 - come riportano i quotidiani dell’epoca - la fontana del “Belvedere di Ostia”, venne inaugurata alla presenza del Sindaco di Roma, Umberto Tupini, di fronte a un pubblico stupito e plaudente «quando il primo zampillo si è innalzato per oltre 20 metri verso il cielo», insieme a musiche e luci. Gli effetti luminosi erano ottenuti mediante 100 lampade, con potenza fino a 500 W, nascoste nelle nicchie delle vasche, mentre il circuito idrico funzionava con l’ausilio di quattro ugelli rotativi che si attivavano con un comando idraulico (l’incarico di realizzare l’impianto di illuminazione era stato affidato all’A.C.E.A. ). Un progetto avveniristico, ideato dall’ingegnere comunale Mario Ferrero, che permetteva di aumentare e diminuire il getto d’acqua a seconda delle circostanze: poteva raggiungere i 25 metri di altezza, creare effetti luminosi spettacolari con cinque variazioni di colore, con accompagnamento di un sottofondo sonoro. Era un sistema talmente complesso da gestire, da richiedere una vera e propria regia guidata da una tastiera provvista di trenta comandi (poteva essere telecomandato a distanza, dall’abitazione dell’ingegnere che la ideò, non lontano dalla piazza stessa). Doveva essere un sistema permanente e radiocomandato, anche dal pubblico che, tramite una gettoniera a pagamento, avrebbe potuto creare effetti sonori e luminosi a proprio piacimento. Purtroppo però, alla morte improvvisa dell’Ingegnere nel 1963, non si trovò un successore che si prendesse cura del complesso meccanismo e la fontana cessò di brillare. Diversi tecnici provarono a farla funzionare, ma nessuno ci riuscì, così «è rimasta senza acqua, senza luci e senza musica». Tuttavia, cinque anni dopo la morte dell’ideatore della fontana, il Comune decise di ripristinare gli impianti luminosi ed elettrici dando l’incarico all’A.C.E.A. Nell’ottobre 1968, con questo scopo, venne redatto un progetto per la «Nuova sistemazione dell’impianto» volto a ridimensionare il suo funzionamento che prevedeva l’eliminazione del telecomando. La fontana riprese a vivere. Di lì a poco però, nel periodo dell’austerity, tutti gli impianti di illuminazione artistica della capitale – e non solo - vennero spenti per motivi economici, quindi anche la fontana di Ostia rimase oscurata per un lungo periodo. Come racconta un testimone dell’epoca, Pietro Stocchi (Perito tecnico dell’A.C.E.A., progettista responsabile dell’illuminazione pubblica, monumenti e fontane artistiche tra il 1980 e il 1990), la fontana tornò di nuovo a diffondere luce a metà degli anni Ottanta. Con l’intento anche di diminuire il consumo energetico, in base alle nuove normative introdotte, venne ridotto il numero di fari subacquei (che da 100 passarono a 20) e sostituiti con quelli a basso consumo, orientati in modo da dare risalto ai getti d’acqua che si intrecciavano a forma di campana assieme allo zampillo centrale. Le lampade, inoltre, erano collegate al sistema di illuminazione pubblica stradale, mediante un timer che le teneva accese ogni sera, per sei ore. Successivamente a questa importante opera di riqualificazione, l’impianto idrico è stato ripristinato più volte, mentre la pavimentazione, i cui materiali nel corso del tempo si erano notevolmente deteriorati, hanno subito diversi interventi di restauro, tra cui i più significativi, effettuati dal Municipio e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali nel 1993, nel 2001 e nel 2005. La fontana ha cessato di funzionare definitivamente circa 10 anni fa, con conseguente interruzione dell’accessibilità dell’area per questioni di sicurezza. Nel corso degli anni, infatti, i fenomeni di degrado si sono ulteriormente accentuati sull’intera superfice della pavimentazione, in particolare sulla decorazione a mosaico, interessando inoltre la balaustra che la circoscrive. La fontana e la pavimentazione con i segni zodiacali sono state oggetto di diversi interventi di manutenzione nel tempo. Nel primo, risalente al 1993 a cura dell’Ufficio Tecnico della XIII Circoscrizione, è stata incaricata dei lavori la ditta M. Bigelli. L’intervento è consistito nel ripristino della fatiscente balaustra, nel rifacimento della scalinata di accesso e dell’intonaco delle due vasche, nella ripresa della pavimentazione della rotonda e dell’area antistante, nell’integrazione delle porzioni mancanti di due segni dello Zodiaco (probabilmente Cancro e Leone). Inoltre è stata installata una rampa di accesso alla “rotonda” per persone con disabilità. Con il secondo intervento, avvenuto a cura del Dipartimento XII di concerto con la U.O. Monumenti Medievali e Moderni della Sovrintendenza Capitolina, ed eseguito nell’aprile-giugno 2001 dal consorzio Restaurea e dall’impresa D’Ortensi, sono state effettuate diverse operazioni per recuperare alcune zone del mosaico che si presentavano in un avanzato stato di degrado. Nello specifico si è proceduto al consolidamento dei vari segni per la presenza di fenomeni di scagliatura e di fessurazione, e alla tassellatura del Capricorno, Sagittario e Ariete che risultavano mancanti di estese porzioni di basaltina, mentre, dal segno zodiacale dell’Acquario, sono state rimosse le sedimentazioni calcaree. Nel dettaglio le operazioni eseguite sono state le seguenti: bendaggio temporaneo delle aree in fase di distacco, pulitura di tutte le superfici, consolidamento in profondità con malte idrauliche e pozzolana/cocciopesto superventilati, integrazione delle parti mancanti in basaltina previa pulizia delle zone per il nuovo allettamento della tassellatura, rimozione delle stuccature inidonee, microstuccatura e stuccatura delle lacune e dei giunti, applicazione di un protettivo superficiale. In quella circostanza è stata effettuata anche la ripresa e la tinteggiatura del bacino più interno della fontana in cemento. Nel marzo del 2005 un nuovo progetto di manutenzione, sempre a cura della U.O. Monumenti Medievali e Moderni della Sovrintendenza, ha interessato ampie porzioni di alcuni segni zodiacali risanando anche alcune parti della pavimentazione in travertino. In particolare è stata ripristinata la tassellatura di tutta la parte anteriore del Toro, che era andata totalmente perduta, rimosse le stuccature inidonee quindi si è proceduto al loro rifacimento. Da ultimo, sono state realizzate delle stuccature tra basaltina e travertino di molti segni con malte fibrorinforzate, dopodiché sono stati consolidati in profondità, con resina epossidica, i segni del Sagittario, della Bilancia e del Leone che presentavano dei rigonfiamenti. 

(dalla Relazione a cura della Soprintendenza ai Beni Culturali in conferenza di servizi)



lunedì 19 aprile 2021

"OSTIA CRIMINALE": 77 MINUTI DI SMORFIA

Non è il movimento (politico) del '77. Assomiglia di più all 77 della smorfia napoletana indicante le gambe delle donne e dunque il demone. 77 minuti è la durata di "un documentario che racconta una storia vera" - così lo definisce la produzione - un numero palindromo, peccato che non lo sia il docufilm, così come non è un "documentario di inchiesta". Tutte cose vecchie almeno di 20 anni, come ben ha ricordato Giulio Mancini in questo articolo (*). Una voce autorevole come quella di Antonio Del Greco ha impiegato meno di 7 secondi, definendolo "imbarazzante" (**).
Per smontare un falso teorema ci vuole molto tempo. Se hanno impiegato 77 minuti per montarlo, come minimo ce ne vogliono 777 per smontarlo , cioè 12,95 ore, improponibile su un post su fb.
Provo in 7 minuti ad evidenziare uno dei punti che salta subito agli occhi: come hanno potuto due persone come il Comandante della Mobile di Roma Luigi Silipo e il Colonnello Pasqualino Toscani dell'Arma dei Carabinieri essere affiancati in un film da persone le cui "parole più preziose", non mi pare che "arrivano dalle testimonianze di colore che, sfidando il potere aberrante delle mafie, hanno aiutato a combatterle nel nome della giustizia e della libertà"?
Lo chiedo perché il "documentario di inchiesta" è firmato dal giornalista Daniele Auteri che il 16 ottobre ha scritto una recensione di 3 pagine sul film "Punta Sacra" (che riporto nei commenti al post), in concorso al festival del cinema di Roma, per Venerdì di Repubblica, girato all'Idroscalo di Ostia, che così descrive: "è rimasto sempre ai margini delle grande inchieste giudiziarie che hanno sgominato le mafie di Ostia ... lontani anni luce da quei clan ... che hanno messo Ostia sulle mappe del crimine organizzato". Eppure nel suo film le immagini sull'Idroscalo sono tantissime e sparse ovunque, spesso scollegate con la narrazione e che dice l'opposto di quanto lo stesso Autieri ha scritto pochi mesi dopo le riprese del suo docufilm, anche lui in concorso al festival.
Come è stato possibile che
Daniele Autieri
non sapesse che <<con determinazione dirigenziale n. 302 del 18.06.2010 il Comune di Roma disponeva lo sgombero dell’alloggio sito in via Antonio Forni n. 22 occupato da Silvano Spada. Il 24 giugno agenti della Polizia municipale arrivati sul posto circa alle 8.30, supportati da Polizia e Carabinieri, bloccavano l’entrata del palazzo. Due ore dopo, alle 10.30, una decina di persone tentavano di varcare il cordone per salire nell’appartamento al secondo piano ma venivano respinte a forza ottenendo comunque una proroga di 15 giorni dello sfratto. Tra queste persone, oltre a Massimiliano Spada (fratello di Silvano) anche S.G., segretaria (dal 2006 al 2015) della sede del PD di via Forni 16, sede chiusa per morosità per non aver mai pagato l’affitto al Comune di Roma. Una sede che invece, secondo i collaboratori di giustizia, avrebbe regolarmente pagato per anni il ‘pizzo’ al clan Baficchio, rivali degli Spada (come riportato dalla Procura di Roma). Secondo la versione di S.G., rilasciata alla stampa, Silvano Spada aveva sempre vissuto lì, prima con la nonna (che era l’assegnataria della casa) e poi, dopo la morte della nonna, con sua figlia.
S.G. con l’avvocato L. I. utilizzò a quel tempo i 15 giorni di proroga dello sfratto per fare ricorso al TAR che però il 15 settembre 2010 (n.04018/2010 Reg.Ord.Sosp.) respinse la domanda incidentale di sospensione dello sfratto ritenendo che non vi fossero "gli elementi per ritenere che il ricorrente (Silvano Spada) facesse parte del nucleo familiare dell’assegnataria (la nonna)".
Non si ha notizia di cosa abbia in seguito deciso il TAR, fatto sta che quando il 9 ottobre 2018 (8 anni dopo) spararono al portoncino della casa di Silvano Spada l’indirizzo era sempre quello: via Forni 22. Una casa occupata abusivamente come ha raccontato la stampa: "maxi blitz in stile militare a Ostia per lo sgombero di un’altra casa popolare occupata abusivamente dagli Spada (dopo quello di giovedì scorso). A vivere indisturbati nell’abitazione erano la compagna e i figli di Silvano Spada, attualmente in carcere. Oltre 150 agenti del Corpo di polizia locale di Roma Capitale sono intervenuti in via Forni 22, a Ostia, per il recupero della casa popolare illecitamente occupata".
Questo faceva il circolo PD di via Forni che ad Ostia è chiamata dai residenti la ‘vietta’. In realtà è stata lo stradone della droga: rendeva fino a 15.000 euro al giorno, con tanto di dosi passate dai balconi agli spacciatori. A gestirla per molto tempo, affinchè tutto fosse tranquillo, Michael Cardoni oggi con Tamara Ianni (sua moglie) le fonti ritenute più attendibili da parte della Procura di Roma nel processo contro il clan Spada. Michael Cardoni per quel lavoro percepiva 200 euro al giorno fino a quando non venne ucciso a novembre 2011 il cugino di suo padre, Giovanni Galleoni, capo indiscusso del clan Baficchio, rivale degli Spada. Era di Giovanni Galleoni la palestra abusivamente occupata in via Forni 41-47 poi diventata degli Spada e fatta chiudere sotto Marino. Su via Forni al numero 16 c’era sempre stato il circolo del PD (chiuso il 19 maggio del 2015 per occupazione abusiva) e anche, dal 2005, al civico 39, lo sportello della Romeo Gestioni (davanti alla sede del PD, sul lato opposto) come punto di contatto per le 1042 famiglie delle case Armellini.
Non solo gli Spada furono aiutati dal PD ad occupare le case ma anche i ‘Baficchio’.
Dalle parole di Tamara Ianni, la collaboratrice di giustizia che ha denunciato il clan Spada, emerge il ruolo della ex sede del PD di via Antonio Forni a Nuova Ostia (la ‘vietta’). La sede, che non ha mai pagato per oltre 20 anni un euro al Comune occupando un alloggio che però il Comune pagava al gruppo Armellini, aiutava a ‘regolarizzare’ le occupazioni abusive collegate anche alla criminalità locale. Ciò si evince appunto dalla testimonianza di Tamara Ianni, la moglie di Michael Cardoni, figlio di Massimo a sua volta cugino di Giovanni Galleoni, quest’ultimo noto come «Baficchio» e considerato uno dei discendenti della Banda della Magliana (ucciso a Ostia nel 2011, inizio della predominanza del clan Spada). Galleoni aveva un 'libro mastro' (mai ritrovato) in cui annotava i propri proventi illeciti: pizzo, estorsioni, usura etc. Secondo i collaboratori di giustizia e la magistratura inquirente, anche la sede PD di via Antonio Forni pagava il pizzo. Per le case, il gioco allora era facile. Bastava occupare abusivamente una casa popolare, autodenunciarsi al Comune di Roma (lo sportello della Romeo era in via Forni, davanti alla sede del PD) e attendere l'arrivo dei vigili che prendevano atto dell'occupazione. Eletta la residenza in quella casa, si iniziava a pagare al Comune una indennità di occupazione per poi presentare una istanza di assegnazione della casa occupata grazie agli avvocati messi a 'disposizione' dal PD. Il Comune di Roma, con proprio ufficio, si occupava poi dell'istruttoria delle domande di regolarizzazione delle occupazioni abusive di questi alloggi di edilizia residenziale pubblica. Un metodo semplice e redditizio dal quale scaturivano centinaia di voti per il PD di Ostia>> (***)
Ma lo sa Autieri, ad esempio, che S.G. lavora dall'anno prima delle riprese del suo docufilm come segretaria presso uno stabilimento balneare di Ostia che nel film sono definiti mafiosi? Mi fermo qui per oggi.
Se fai un'inchiesta dovresti sapere queste cose e molte, molte altre verità, che ad Ostia conoscono tutti.
"Imbarazzante" per le persone per bene delle forze dell'ordine. Perché non posso credere che ad esempio il Colonnello Toscani si sarebbe prestato ad una cosa simile.
(segue)
Ma la domanda più importante è un'altra: a chi giova questa sceneggiatura?

mercoledì 14 aprile 2021

'SPACCIOARTE' E L'ASINO BENDATO

 

Solo amarezza a Nuova Ostia nel vedere un pullman verde girare in tondo per due ore sull'asfalto dissestato di piazza Gasparri, come un asino bendato alla mola. Attorno saracinesche abbassate da anni, tetti d’amianto e palazzi che cadono a pezzi, dove oltre 5.000 persone in fragilità sono sotto sgombero per uno dei più grandi scandali di Roma Capitale.

Affermare che l’asino bendato che raglia stornelli intonati sia un “messaggio forte e decisivo nella lotta a qualsiasi forma di illegalità … e sia il rilancio e il riscatto delle periferie” rende plastiche le parole di Thomas Reid, “non esiste più grande impedimento per l’avanzare della conoscenza che l’ambiguità delle parole”.

A Roma il tema casa è legato a doppia maglia a quello della legalità.

Un asino bendato, e per questo ‘scortato’ dalle forze dell'ordine, è apparso come un’orrenda operazione muscolare travestita da arte, un’applicazione selettiva, parziale e distratta della legalità.

Decenni di abbandono delle periferie non hanno generato un nuovo pensiero che ne chieda davvero il riscatto sociale in un quadro di ripristino della legalità a partire da chi la dovrebbe rappresentare.

La città ha bisogno di costruire, con il coinvolgimento pieno degli abitanti, un progetto di recupero sociale e fisico delle periferie per trasformarle radicalmente e in cui tutti, nessuno escluso, è chiamato a partecipare e a discutere. La buona cultura è l’unica via verso la buona politica.

E proprio perché la legalità è una cosa seria non può essere ridotta né a questioni meramente di ordine pubblico, né ad esibizioni folkloristiche o sedicenti operazioni di decoro spacciate per riqualificazione urbana. Richiede una strategia complessiva, che va dagli interventi sociali all’integrazione culturale e politica. Questa è la via maestra verso una sicurezza che non smantelli le garanzie, ma le faccia penetrare più profondamente nel tessuto cittadino, se questo era l’obiettivo.

Un’iniziativa come “Spaccio Arte” appare così solo una esibizione dello “zelo dei giusti” accecando qualunque approfondimento e dibattito politico. Una rappresentazione autocelebrativa di un sedicente primato morale, che riduce una questione complessa ad uno scontro bipolare che assume tratti classisti, nell’intento fallimentare di generare nei destinatari un obbligo morale ad aderirvi, per certificare la propria appartenenza alla schiera dei migliori e finendo per amplificare archetipi ancestrali e radicati.

La “periferia” è la città, che condivide con civiltà il medesimo etimo (civitas), “la villa (cascina, podere e, per sineddoche, la campagna tutta) partorisce non solo il villico, ma anche il villano e l'inglese villain, cioè l'antagonista, il malvagio, l'irredimibile cattivo delle fiabe”, una narrazione tra le più semplicistiche, banali e scontate di una politica non più presente a se stessa.

L’obiettivo non era neppure quello di misurare la qualità della “gente” meritevole  perché diligentemente plaudente. Anzi, il flop inevitabile serviva a rafforzare la narrazione di una periferia omertosa e pertanto silente. Non c’era dunque alcuna speranza di “riscatto” per quella “piazza dello spaccio”.  E se i residenti avessero gettato pomodori dalla finestra e gridato ‘vergogna che ci fate vivere in queste condizioni abitative’ avrebbero confermato comunque la narrazione che li vuole mafiosi e violenti.

Il politico buono non è quello onesto e il popolo buono non è quello che fa i compiti a casa senza interrogarsi sulla bontà del progetto politico sotteso.

Quell'asino bendato che si aggira nelle piazze di spaccio non dovrebbe stornellare, ma essere un urlo dionisiaco.

Confondere il proprio ruolo politico travestendosi da vigile di quartiere canterino per due ore ha sancito il fallimento delle politiche di controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine e quello politico da parte dell’amministrazione, in cui permangono le condizioni politiche che ostacolano l'adesione alla legalità.

L’iniziativa non è riuscita nemmeno ad essere una valvola di sfogo simbolica e mutilata in tempi pandemici così difficili, ancora più difficili nelle “periferie”, e nemmeno è riuscita ad allestire nel virtuale la sceneggiatura di uno spazio pubblico verosimile e sempre deformabile a comando.

Questa idea di ‘spacciare’ arte su un mezzo dell’ATAC (scopiazzata malamente da altri) risponde ad una delle regole fondamentali dell'insiemistica, non si può salvare qualcuno condannando tutti. E quella piazza era già condannata. Per altro tradisce l'illusione di superare la fatica del confronto e della riflessione politica per agganciarsi a un principio insindacabile, incorruttibile e superiore, cioè quella del politico buono perché onesto. La “cosa giusta” infatti non è discutibile, non è opinabile, non si può parlarne, non la si può dibattere, non la si può criticare. Se lo si fa si diventa nemici del “giusto” e quindi malvagi, criminali, fiancheggiatori. Si può solo tacere portando la croce dell’omertoso.

E come gli antichi monarchi, le ‘autorità’ presenti, come un codazzo ad un funerale, si sono  ingraziate l’appoggio dell' ‘autorità’ religiosa per accreditare i propri messaggi. E così abbiamo visto il prete accanto alle ‘autorità’, ma non quello di Santa Monica, bensì di San Basilio.

Così è, se vi pare.

lunedì 29 marzo 2021

SKATEPARK DI OSTIA: "NON POTRÀ OSPITARE GARE INTERNAZIONALI"

LO SKATE PARK COME IL POLO NATATORIO DEI MONDIALI DI NUOTO ROMA '09?

All'ottimo articolo di Mirko Polisano aggiungiamo le seguenti informazioni. 21 dicembre 2020, comunicato della FISR – Federazione Italiana Sport Rotellistici (*): falsa l’affermazione che “la struttura nasce su terreni confiscati alla malavita”.
Lo skatepark nasce con un investimento di 650mila euro per realizzare un impianto sportivo in cemento armato utilizzando i fondi per la manutenzione stradale. L’Amministrazione ad oggi non ha ancora chiarito se l’area dello skatepark (particella 2803) sia sua o dell’Agenzia del Demanio (cosa che impedirebbe di affidare lo skatepark in concessione) e il Dipartimento di Urbanistica non ha ancora terminato, dopo mesi, la verifica per spiegare come sia stato possibile che un’area a verde (inserita come opera pubblica nel piano di riqualificazione urbana di Ostia negli anni 2000, pagata dal Comune di Roma 320mila euro), sia stata cancellata dal progetto dello skatepark configurando un presunto danno erariale.  
Inoltre, non esistono riscontri nei documenti pubblici che lo skatepark sia stato “progettato sulla base delle indicazioni fornite dall’Ufficio Impianti federali”, come affermato dalla FISR. La frase era già stata pronunciata in un comunicato del 25 ottobre 2019 (**):  “La FISR ha messo a disposizione dell’amministrazione comunale e dei progettisti il suo know-how, con preziosi suggerimenti finalizzati alla migliore realizzazione dello skatepark ed alla successiva omologazione nazionale ed internazionale che avverrà a completamento dell’impianto”.

Infatti, il termine per la presentazioni delle offerte al bando skatepark era fissato al 18 Aprile 2019. Gli elaborati presentati sono datati 3 aprile 2019. La prima pietra viene posata il 18 ottobre 2019 (ben due volte in pochi giorni dalla Sindaca Virginia Raggi e poi dal consigliere regionale del M5S Roberta Lombardi). Dunque antecedentemente al “Regolamento e Procedure di omologazione degli impianti a seguito di Delibera del Consiglio Federale n°171 del 22 novembre 2019 e delibera della Giunta Nazionale CONI n° 22 del 27 gennaio 2020. In nessun documento pubblico mai viene fatto alcun riferimento a varianti al progetto.
Il progetto esecutivo è stato eseguito dalla ditta Lotti & Partners Studio Tecnico Associato di Ravenna e mai nella relazione tecnica si fa riferimento a “indicazioni fornite dall’Ufficio Impianti federali”, ma viene suggerito a pag. 6 della Relazione Tecnica genericamente che “E’ buona norma, inoltre, coinvolgere e chiedere un parere alla Federazione Italiana Sport Rotellistici, in base al vigente regolamento FISR (che ancora non era stato approvato), per l’omologazione dell’impianto destinato allo svolgimento di competizioni regionali e/o nazionali di Skateboard”. Dunque, regionali e/o nazionali. 

Fermo restando che l’attuale Regolamento prevede che “Per strutture già realizzate o in corso di realizzazione” - come in questo caso n.d.r. – “prima della data del presente regolamento, laddove l’operatività dello skatepark risulti particolarmente importante per lo svolgimento dell’attività Federale, a discrezione della FISR, è ammessa l’omologazione in deroga di skatepark aventi caratteristiche difformi (es. superfici minori di quanto riportato nella presente norma, ridotta o assente dotazione di servizi, ecc.)”, non si comprende come si possa parlare da mesi di un impianto realizzato per essere “uno dei più importanti skate d’Europa” e che “ospiterà manifestazioni e gare internazionali” (come affermato in motissime comunicazioni da parte dell’amministrazione pentastellata), ma soprattutto perché il regolamento FISR è chiaro “Gli impianti di nuova realizzazione devono essere conformi a TUTTI i dettami normativi del presente regolamento” per ricevere l’omologazione della FISR ad ospitare gare di livello nazionale, mente per quelle internazionali bisogna attenersi al regolamento World Skate.

Inoltre, al punto 4.2 del Regolamento FISR si legge: “L’impianto deve essere recintato e provvisto di ingressi controllabili”. Tant’è che nel computo metrico presentato il 3 aprile 2019 dalla Lotti Associati & Partners è prevista la voce 46 (a pag. 8) “Fornitura e messa in opera di recinzione di produzione industriale, tipo Acumina”, per un importo totale di 47.434 euro. Nonostante ciò il 28 dicembre 2020 esce la determina dirigenziale 3065 del Municipio X che testualmente scrive: “È sorta la nuova necessità, anche a salvaguardia del bene pubblico realizzato e inventariato al Patrimonio di Roma Capitale, di affidare in gestione a terzi l’impianto. Ciò comporta la necessaria realizzazione di opere di completamento, non previste nel contratto originale volte alla recinzione dell’area per garantire un controllo degli accessi ed evitare il danneggiamento delle opere, oltre che opere di rifinitura generale”.  Peccato che il bando pubblico per l’assegnazione in concessione dello skatepark sia del 30 ottobre 2020, dunque antecedente alla determina dirigenziale, per cui non si capisce perché a fine dicembre sia sorta una “nuova” necessità e peccato anche che fossero stati stanziati più di 43mila euro ma il nuovo bando ne stanzia 163mila, cioè quasi 4 volte tanto. Coincidenze il fatto che sia esattamente il valore dell’importo a ribasso d’asta che la Cooperativa C.E.V. CONSORZIO EDILI VENETI aveva applicato e con cui ha vinto il bando il 3 luglio 2019? 
Per altro, a pag.6  della Relazione Tecnica della Lotti Associati & Partners è scritto: “Vista la tipologia e le caratteristiche dell’impianto è consigliabile che la struttura risulti gestita, questa scelta è facilmente percorribile in quanto è prevista anche la costruzione di una recinzione perimetrale con accesso”.

Altra questione. Punto 4.1 del Regolamento FISR: “L’impianto dovrebbe essere facilmente raggiungibile con mezzi pubblici e/o privati dalle diverse categorie di utenti (atleti, pubblico, ecc.), secondo un piano che tenga conto della viabilità locale, dei regolamenti urbani e delle abitudini locali. In relazione a ciò è necessario che, in prossimità dell’impianto, siano presenti aree di sosta disponibili, di estensione adeguata al numero di spettatori, operatori ed atleti previsti nella manifestazione. Dovranno essere previste aree di parcheggio riservate ai disabili, conformi alle vigenti norme relative all’abbattimento delle barriere architettoniche”. Su questo punto nella Relazione Tecnica presentata dalla Lotti Associati & Partners al punto 2 (pag.2) si legge: “Si è proceduto alla valutazione in modo approfondito di tutti gli aspetti legati al territorio dell’area che ospiterà lo skatepark, quali: 
- Accessibilità dell’impianto con vicinanze a parcheggi o fermate di linee di trasporto pubblico, vialetti pedonali e ciclabili di collegamento esistenti”. 
Non viene aggiunto altro, non si specificano parametri, non viene fornito alcun dato econometrico o dettagli della “valutazione”.  Di fatto in nessun documento presentato dalla Lotti Associati & Partners si è fatta un’analisi particellare o inquadramento urbanistico, tant’è che in nessun documento, dunque nemmeno nelle Tavole del progetto esecutivo che fanno fede, non c’è alcun riferimento urbanistico (foglio, mappale, particella) mentre ci sono anche grossolani errori di perimetrazione dell’area.
 
Per una gara di livello nazionale il regolamento FISR specifica che “l’impianto per la competizione deve essere dotato di spazi, percorsi e servizi destinati a pubblico, media, ospiti e VIP conformi alle normative vigenti (in particolare al DM 18/03/96 e successive modificazioni e integrazioni), considerando anche la presenza di persone disabili. È consigliato prevedere in fase di progetto spazi idonei dove, in occasione di eventi (di qualunque livello), possano essere montate tribune temporanee e sia possibile anche la presenza di posti in piedi”. Per una gara di livello nazionale il numero minimo di spettatori, secondo regolamento FISR, è di 300. Ebbene, nel progetto l’area prevista per le tribune è fuori dalla recinzione dello skate, su una stradina pedonale che conduce al cancello della canonica della chiesa (v. foto). E’ evidente che in caso di manifestazioni sarà necessario chiudere via dell’Idroscalo. 

I parcheggi non ci sono, cioè mancano gli standard a parcheggio, tant’è che i mesi scorsi si sono tenute più commissioni per reperirli senza esito. 
   
Per quanto concerne le “ciclabili” menzionate nella Relazione Tecnica: la ciclabile disegnata su marciapiede di Via Carabelli finisce a via delle Azzorre. Non arriva in fondo a via Casana né tantomeno dietro la Chiesa di Nostra Signora di Bonaria, alle cui spalle è stato costruito lo skatepark e non c’è alcun collegamento con la sedicente pista ciclabile del Lungomare né esistono ad oggi progetti in tal senso. 
 
A Pag. 3 della Relazione Tecnica della Lotti Associati & Partners, capitolo Riferimenti Normativi: “Nello specifico del progetto è stata progettata la parte ‘Park’ con caratteristiche atte ad ospitare competizioni Nazionali mentre la parte ‘Street’ risulta un semplice impianto di esercizio per la quale si potrebbe chiedere in deroga la valutazione per ottenere parere favorevole per ospitare eventi Regionali Street”. Dunque la skatepark (bowl) non è da progetto atta ad ospitare gare internazionali e lo street al massimo potrà ospitare gare regionali chiedendo la deroga alla FISR. Questo è ribadito anche a pag. 6 della Relazione Tecnica della Lotti Associati & Partners: “Il parco si presterà inoltre ad accogliere eventi sportivi di rilevanza Nazionale, Regionale, di minore importanza, corsi e manifestazioni”. 
 
Nonostante non sia stato dato il fine lavori e dunque l’impianto dello skatepark non sia omologato né omologabile; nonostante non siano state chiarite le questioni sopraindicate da parte dell’Assessore al Patrimonio, nonché Presidente del Municipio X, Giuliana Di Pillo, e da parte del Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica, Direttore Cinzia Esposito; nonostante il cantiere si sia allacciato per l’acqua al Mercato dell’Appagliatore attraversando la strada con tanto di dosso; nonostante siano stati spacciati ‘collaudi tecnici’ che non possono essere definiti tali e con risvolti di cronaca imbarazzanti per il consigliere capitolino del M5S Paolo Ferrara (***) ; il 15 marzo 2021 è stata aggiudicata provvisoriamente l’appalto relativo al bando pubblico per l’assegnazione in concessione dell’impianto dello skatepark a William Zanchelli, Presidente della ASD Oasi Verde che è arrivato ultimo per offerta tecnica (64,00/80, contro il 71,00/80 della prima arrivata, la Roma Skateboarding ASD ) e primo per offerta economica (20/20). 

Interpellata la FISR, così risponde:



 

(*)https://www.fisr.it/news/17590-il-presidente-aracu-e-la-sindaca-raggi-alle-prove-generali-dello-skatepark-di-ostia.html?fbclid=IwAR2_YEXAhht3R-0xWZws9wbsP2G_wcgDYNoZyR7lDror8IVWNDNIU-v81x4

(**)https://www.fisr.it/news/16610-a-roma-arriva-finalmente-il-primo-vero-skatepark-della-capitale.html

(***)https://lunanuova2013.blogspot.com/2020/11/gli-amici-rollati-di-paolo-ferrara-m5s.html

mercoledì 10 marzo 2021

NUOVA OSTIA, ANGIOLA ARMELLINI CONTINUA AD ESSERE L'UNICA VERA SINDACA

Lo scorso 5 marzo 2021 il Commissario ad acta, nominato dal Tribunale per adempiere alla sentenza del 2017 relativa al rilascio dei 1.042 appartamenti di proprietà della Moreno Estate srl dati in affitto al Comune di Roma per l'emergenza abitativa, ha chiesto l'ennesima proroga che dovrà essere valutata dal TAR.
Ogni giorno i cittadini romani pagano un indennizzo giornaliero di 8.977,96 ad Angiola Armellini a cui si aggiungono 18MLN già riconosciuti dal Tribunale civile per non aver lasciato le case il 31/12/2012. Al 15 settembre 2017 il Comune gliene doveva già 3MLN. il 21 marzo il Comune avrà versato ad Angiola Arnellini una indennità di occupazione pari a 27MLN di euro.

Le "case di sabbia" salirono agli onori della cronaca nazionale nel 2014 con lo scandalo "Miss Evasione", nome con cui venne ribattezzata Angiola Armellini. L'accusa era di associazione a delinquere finalizzata all'evasione fiscale. Suo padre, Renato Armellini, negli anni '70 aveva costruito un intero quartiere su 7 lotti di circa 40.000 mq con 42 palazzine sovrastanti per un totale di 1.042 appartamenti, giardini, negozi, autorimesse e locali vari. L'operazione nasceva con l'idea di offrire una "casa al mare ai romani", ma fallì e così gli appartamenti furono ceduti al Comune di Roma che aveva necessità di alloggi dove spostare persone in condizione di fragilità, quelle delle borgate che erano considerate indegne per una Capitale. Le case però erano state realizzate con il c.d. cemento depotenziato (cioè con l'aggiunta della sabbia di mare) e molto presto mostrarono i primi segni di cedimento, anche strutturale (LINK).
Solo nel 2014, a seguito di un'indagine della Guardia di Finanza, si scopre che gli immobili sono sconosciuti al fisco e che Armellini non ha pagato neanche le imposte locali, ma riceve ogni anno dal Comune di Roma ben 4,5 MLN di euro di affitti che vengono versati alla società Moreno Estate srl, con sede in Lussemburgo (LINK1, LINK 2). Nessun imbarazzo per il PD in quei giorni. Mentre i cittadini vivono in palazzi fatiscenti con sostegni e puntellamenti per sorreggere gli edifici, il PD aveva trovato una soluzione al problema abitativo della sua sede, occupando ben due vetrine di negozi senza mai pagare un solo euro di affitto al Comune (LINK). L'accusa nei confronti dell'erede di Renato Armellini, Angiola (da cui discende il nome della catena di Hotel ARAN - ARmellini ANgiola), è di aver creato un intreccio di società estere attraverso trust e holding in paradisi fiscali, occultando quasi 3MLD in proprietà immobiliari, con un danno di mancato pagamento tasse di 190MLN. Non si sa come è finito il patteggiamento e dunque nemmeno quanto abbia incassato il Comune dei 14MLN che la Armellini doveva per l'IMU/ICI.

2016, la Sindaca Raggi arriva alla guida della Capitale, con fare securitario e legalitario. Tutti pensano che qualcosa finalmente cambierà e invece non sarà così nonostante gli annunci in campagna elettorale. E' il 2017, una sentenza del Tribunale civile di Roma dichiara cessato il contratto di locazione tra la Moreno Estate srl e il Comune di Roma al 31/12/2012 e conferma l'ordinanza di rilascio già emessa dopo lo scandalo del 2014, perché il Comune non aveva accettato la richiesta di aumento del 250% del canone proposto da Angiola Armellini ma aveva fatto una controfferta. Di quella negoziazione non si hanno carte pubbliche. Il Comune di Roma fa ricorso in appello e il 27/2/2018 una nuova sentenza ordina all'Amministrazione Capitolina di provvedere al rilascio degli immobili entro 90 giorni, cioè a fine maggio 2018, e nomina un Commissario ad acta, il Prefetto di Roma, per adempiere alla sentenza e dichiara la Moreno Estate srl ha diritto di essere risarcita per i danni. Passano i mesi. Più di 5.000 persone non conoscono il loro destino e protestano per l'assenza di risposte e di visione sul loro futuro. Pochi mesi dopo, il 12/11/2018, una nuova sentenza condanna Roma Capitale al risarcimento in favore di Armellini del danno per mancata esecuzione della sentenza e fissa altri 90 giorni per il rilascio degli immobili che è fissata a febbraio 2019.
A fine gennaio 2019, a pochi giorni dalla scadenza dei 90 previsti per lo sgombero, la Sindaca Raggi, a tre anni dal suo mandato, dichiara che "Le Case Armellini saranno acquistate dal Comune di Roma ma solo dopo aver valutato la loro staticità e il costo delle manutenzioni necessarie". Dieci giorni dopo, il Prefetto consegna al Tribunale una relazione in cui evidenzia non solo la condizione di fragilità di oltre 5.000 persone, ma la "situazione di particolare delicatezza e di rilevante complessità" che rende difficile "il rilascio degli immobili" perché NON c'è una situazione alloggiativa alternativa, e che si sta valutando di acquistare le palazzine per cui ha bisogno di un'ulteriore proroga che gli viene concessa. A quale prezzo non si sa. 
Si arriva, tra una proroga e l'altra, al 4/12/2019. Camera di Consiglio, sono presenti tutti gli attori e viene decisa l'ennesima proroga, questa volta ad Agosto 2020.
Dunque in tutto il 2019 non viene fatta alcuna valutazione degli immobili. Questo è certo perché a marzo 2020 scoppia la pandemia e il 7 ottobre in Commissione Patrimonio e Politiche Abitative, il Direttore del Dipartimento Gestione Patrimonio, l'Ing. Pepe, afferma che il primo sopralluogo dell'Agenzia delle Entrate per "la stima del probabile valore degli immobili" è stato eseguito il giorno precedente. Le case sono sempre più fatiscenti, ma il Comune evidentemente non ha poi tutta questa fretta. L'Assessore Valentina Vivarelli si limita a dire che ci stanno lavorando come da impegno mozione del 2018 e che sull'eventuale acquisto si esprimerà l'Assemblea Capitolina, ormai in scadenza di mandato. Nel frattempo l'Avvocatura Capitolina è impegnata a portare avanti onerosi processi messi in piedi da entrambi gli attori per contenziosi derivanti dalle mancate manutenzione straordinarie e ordinarie, in un gioco di colpe, dove tutti sono colpevoli e dunque nessuno lo è, ma qualcuno paga. 
Le palazzine non ricevono manutenzione straordinaria da più di 20 anni. L'ordinaria amministrazione da parte del Comune di Roma è praticamente assente e comunque non incisiva, rendendo così straordinario l'ordinario, intervenendo quando c'è un problema di privata e pubblica incolumità perché si stacca il cornicione che rischia di uccidere un bambino. Nel 2003, in un libro bianco, viene raccolta la documentazione anche fotografica di come versino le palazzine dopo solo 21 mesi dalla fine dei lavori straordinari di ristrutturazione e consolidamento costati 36 MLD di lire, dei quali 13 finanziati dal Ministero del LL.PP. su indicazione del Comune di Roma e 14 MLD di investimenti privati. Dieci cantieri saranno chiusi in poco più di 2 anni. C'è fretta, perché sta nascendo proprio lì un altro scandalo passato alle cronache: il Porto di Roma ad Ostia che dovrebbe portare la riqualificazione tanto attesa, anche sociale ed economica. Anche allora si dovette risolvere il contenzioso già in essere da 20 anni tra la proprietà Armellini e il Comune di Roma, tant'è che si parlerà di "opere drammaticamente attese". Nonostante l'imponente investimento, le "case di sabbia" continuano a 'sgretolarsi', allora come oggi, e i tetti in ethernit si illuminano beffardi sotto i raggi del sole, allora come oggi. Non è dato sapere quanti interventi vengano eseguiti ogni anno. Sappiamo per certo che nel 2003 la proprietà denuncia di essere costretta ad intervenire ogni due giorni perché il Comune non esegue l'ordinaria manutenzione, a tal punto che si intasa il collettore comunale di scarico delle acque e ci sono rigurgiti delle fogne e allagamenti nei seminterrati, a cui si sommano allacci abusivi, filature e protezioni cavi elettrici strappati, tubazioni divelte comprese quelle di scarico, rifiuti di ogni genere nei seminterrati e attività illecite. E' forse cambiato qualcosa dopo 18 anni? Sì, le case cadono a pezzi ma i ragazzi possono vivere fuori e godersi lo skatepark della Sindaca Raggi nato già sotto cattivi auspici (LINK1 e LINK2), tra un lockdown e un altro causa Covid-19, un virus ben poco democratico.

2021, la cronaca di uno dei più grandi scandali nazionali che riguardano l'emergenza abitativa non riesce a scrivere una pagina nuova. Più di 5.000 persone attendono che cambi un destino sempre uguale a se stesso e l'unico vero Sindaco di questo Comune è sempre e solo lei, Angiola Armellini.

paula de jesus per LabUr - Laboratorio di Urbanistica


domenica 7 marzo 2021

IL METODO RICUCCI DELL'ASILO DEL MARE AD OSTIA

 

Sono una persona terra terra e anche limitata, però volenterosa di capire.
Perché l'Asilo del Mare (
Scuole del Mare e del Bosco
), associazione PRIVATA che offre un servizio di istruzione parentale AL DI FUORI DELLA SCUOLA, pone la sua sede e svolge le sue attività dentro ad una scuola pubblica?
Perché l'Asilo del Mare fino all'anno scorso addirittura ha usufruito della mensa scolastica della scuola, sospesa solo causa Covid?
Perché, visto che si tratta di homeschooling con 22/25 bambini, gli "spazi idonei, aule anche multimediali, cortili, laboratori" sono quelli della scuola? Forse perché hanno la certificazione per la sicurezza (controllo dei Vigili del Fuoco e delle ASL)?
Quando ci si iscrive in qualità di soci a queste associazioni private (che si dichiarano senza scopo di lucro), è previsto che i bambini e il personale siano assicurati contro gli infortuni tutto il tempo dell'affido? Fanno le prove di evacuazione e il personale educativo è dotato dei certificati di primo soccorso, sicurezza di base ed è informato sulle norme per il trattamento dei dati personali?
Perché queste associazioni (che si dichiarano senza scopo di lucro) arrivano a parlare di smantellare la scuola pubblica ma ne utilizzano le infrastrutture?
Perché se un genitore deve RITIRARE il proprio figlio dalla scuola per frequentare la scuola parentale si riappoggia alla scuola pubblica?
L'Asilo del Mare (ad esempio) paga un affitto alla scuola pubblica in cui si appoggia anche per le iscrizioni, l'uso dei bagni, della luce dell'acqua ecc. ecc.? Perché non provvedono loro stessi?
Dall'inizio della pandemia il numero di iscrizioni a queste scuole è notevolmente aumentato. Io non voglio entrare nella polemica delle misure anti-Covid richieste dalla scuola pubblica che per queste associazioni non valgono, ma trovo davvero stupefacente che vengano concesse loro delle aule scolastiche dalla dirigente. Con che criterio? Perché a loro sì e ad altri no? Perché gli "esperimenti" privati sono a carico del pubblico?
Sentire affermare testualmente, durante una richiesta di info all'interno di un'aula di una scuola pubblica che l'Asilo del Mare si "MUOVE IN UNA ZONA GRIGIA DELLE REGOLE IN CUI NESSUNO TI DICE CHE LO PUOI FARE, MA NEMMENO CHE NON LO PUOI FA' " mi fa accapponare la pelle. Come se fosse "solo" un problema di forma, che in democrazia è sostanza. E trovo INDECENTE che come al solito si privatizzino gli utili ma si socializzino le perdite. Trovo altresì INDECENTE che i bambini "problematici" e/o con disabilità vengano di fatto rifiutati.
Perché se i dirigenti scolastici devono solo accertare la sussistenza dei requisiti tecnici ed economici dei genitori per poter esercitare il loro diritto all'educazione parentale, gli mettono a disposizione la scuola? Perchè l'Asilo del Mare pone la sua sede all'interno di una scuola pubblica? Perché l'Associazione madre MANES risulta ancora all'ex Scuola Guttuso?
Infine (per ora), vorrei capire perché la TRASPARENZA non alberghi in questo mondo incantato. Il modulo per l'iscrizione cita testualmente "Al fine di poter garantire un corretto svolgimento delle attività didattiche ... al progetto denominato Asilo del Mare a sostegno dell'istruzione parentale per la scuola dell'infanzia gestito dall'Associazione Manes ... la sede per le attività indoor è l'I.C. Via delle Azzorre ... il progetto segue il calendario dell'Istituto. Data la natura esperienziale e sperimentale (!!!) del progetto il Genitore sottoscriverà un permesso di uscita che consentirà agli Educatori di poter svolgere le proprie attività anche al di fuori dell'Istituto Scolastico ... l'Associazione si premunirà di stipulare un'assicurazione integrativa per coprire le reponsabilità CIVILE nelle attività esterne all'I.C. Via delle Azzorre". Quindi all'interno copre lo Stato, corretto? E in caso di responsabilità penale cosa succede? E poi aggiungono "i Genitori/Tutori autorizzano lo staff di Associazione Manes a prendere foto, filmati e interviste in cui gli Alunni/e possono apparire e ne autorizzano l'uso per fini di studio e approfondimento e promozionali del progetto, impiegandoli in tutte le loro forme" senza alcun riferimento di legge, norme o regolamenti, nemmeno sui dati personali.
I bilanci? Un mistero, ma questa sarà un'altra storia.
Al di là di qualunque valutazione pedagogica, chiedo se è normale tutto questo e se sia accettabile.

martedì 2 marzo 2021

L'INFERNETTO SCHIACCIATO TRA LA GUARDIA DI FINANZA E SOROS

La Caserma della Guardia di Finanza intitolata al Generale Angelo Dus all’Infernetto, in via Croviana 120, è diventata nel maggio 2002 la sede del Gruppo Polisportivo delle 'Fiamme Gialle' per il trasferimento del 1° e del 2° Nucleo Atleti.  Una struttura di oltre 73.000 mq, su un'area di ‪150.000 mq, nata come residenza sanitaria e finita nei primi anni '90 dentro lo scandalo giudiziario Italsanità per il coinvolgimento della Immobiliare San Marco Spa di Renato Bigelli. Il complesso fu poi rilevato dalla Immobiliare Romana Spa di Gianfanco Caporlingua, marito di Alessandra Bigelli, che a fine agosto del 1996 decise di completarne i lavori con l'ATI 'Maurizio Bigelli/Cogeim' e di stipulare con la Guardia di Finanza un contratto di concessione d'uso gratuito.   D'ora in avanti la caserma della Guardia di Finanza, ospitante il Centro Sportivo, sarà protagonista di una serie di vicende finanziarie, tutte da chiarire. Nel 2004, per l’esattezza il 23 dicembre, prese forma la più imponente cartolarizzazione di immobili pubblici mai realizzata dallo Stato. Due giorni prima di Natale passarono infatti di mano ben 396 edifici (tra cui la Caserma della Guardia di Finanza dell'Infernetto), il 15% del patrimonio immobiliare pubblico. L’operazione di vendita e riaffitto fu congegnata dell’ex Ministro Giulio Tremonti assieme a Domenico Siniscalco e portò alle casse pubbliche 3 MLD di euro. A fronte di quell’incasso, lo Stato si impegnò a pagare per almeno 18 anni al nuovo proprietario, il Fondo Immobili Pubblici (FIP), un lauto canone di locazione che la Corte dei Conti definì nel 2006 un’operazione “significativamente superiore ai normali valori di mercato”. I magistrati contabili fecero così intendere che gli esborsi per la finanza pubblica avrebbero potuto essere ben maggiori delle entrate. Il conto finale dell’intervento di sale-and-rent-back fortemente voluto dal “creativo” Tremonti, è stato un bagno di sangue perché, come ha rilevato anche l’Agenzia del Demanio, lo Stato nel 2015, al ritmo di poco meno di 300 milioni di euro all’anno, ha pagato in affitti quanto ha incassato, accollandosi per giunta anche i costi della manutenzione ordinaria e parte di quelli della manutenzione straordinaria, nonostante non sia più proprietario dei beni. Con il risultato che allo scadere dei primi 15 anni di vita del FIP si è generato un buco enorme.   E' in questa opaca operazione che viene inserita la Caserma ‘Gen. Angelo Dus’ all’Infernetto. Ad aprile 2015 il fondo C3 Investment Fund (del colosso americano Cerberus Capital Management, che fa capo al magnate americano George Soros e che è amministrato dalla società di gestione immobiliare Savills Investment Management Sgr), con l’assistenza dello Studio Legale Associato Carnelutti, ha acquistato l'intero complesso. Il canone annuo, di circa 7 milioni di euro, è stato pagato dal bilancio pubblico a favore del finanziere americano. Siamo a Maggio 2016. Il piano di razionalizzazione della Guardia di Finanza prevede la restituzione al Demanio della caserma ‘Gen. Angelo Dus’  a Roma e delle caserme 'Barbarisi' e 'Lega Lombarda' a Bergamo. In seguito, nel 2018, nel Piano degli Investimenti sugli immobili conferiti ai Fondi Immobiliari elaborato dall’Agenzia del Demanio e approvato dal Ministero delle Finanze, è stato previsto per la caserma dell'Infernetto un investimento pari a 3 milioni di euro a fronte dell’esigenza manutentiva manifestata dalla Guardia di Finanza circa l’esecuzione di una serie di interventi infrastrutturali che  l'impresa BRC Spa, consorziata incaricata dell’esecuzione dei lavori, ha ultimato solo in data 19 febbraio 2020.   In previsione del trasferimento della Guardia di Finanza, la Savills Investment Management SGR (dal 2015 proprietaria della struttura) ha lanciato una campagna mediatica curata dalla Omnicom Public Relations Group, società specializzata in ambito PR e Public Affairs, con l'obiettivo dichiarato "di ascoltare i bisogni degli abitanti del quartiere al fine cambiare l'Infernetto con un progetto di una realtà internazionale che ha la forza e la voglia di valorizzare la zona e di cambiarla in meglio". Per questo scopo, la Savills Investment Management SGR si avvale della collaborazione con la FB&Associati, la prima società di consulenza italiana specializzata in public affairs, advocacy e lobbying, che "supporta i clienti e il loro business nella costruzione di sistemi di relazioni a livello europeo, nazionale e locale per influenzare le opinioni e le scelte del decisore pubblico e nel posizionamento strategico all'interno della sempre più complessa arena decisionale". Dunque non un’operazione filantropica.   Nel comunicato del 18 gennaio 2021 si parla di “occasione di rigenerazione urbana … integrando destinazioni d'uso residenziale, servizi per la comunità e attività commerciali … Unendo prospettive pubbliche e private … nuove residenze, per un ingombro volumetrico in linea con la superficie presente". E qui la fiamma (gialla come l'oro) si spegne e le tenebre fanno la loro comparsa. Il complesso era nato come residenza sanitaria negli anni novanta in mezzo alla campagna, a ridosso della pineta di Castelfusano e la tenuta presidenziale di Castelporziano, con una licenza per servizi privati che prevedeva residence, albergo, clinica e casa di riposo per anziani. Con quella licenza furono però edificati e venduti dalla società Immobiliare San Marco 240 mini appartamenti di lusso alla modica cifra di 200 milioni di lire ciascuno. L’allora Assessore al Piano Regolatore di Roma, il democristiano Antonio Gerace (detto 'er Luparetta'), poco prima di essere arrestato, interrogato sull’argomento disse di non saperne nulla e che comunque la conformità del progetto spettava all’allora circoscrizione XIII (oggi Municipio X) guidata da Marco Pannella, nonostante fosse stato aperto un fascicolo in Procura.   L’allora proprietario dell’area, dopo aver ottenuto l’autorizzazione per la realizzazione di un enorme centro per anziani, aveva tentato di ottenere una variante di destinazione d’uso per trasformare il complesso in abitazioni. L’operazione non andò mai a buon fine per lo scandalo Italsanità. All’Immobiliare San Marco subentrò l’Immobiliare Romana, il cui Presidente del Consiglio di Amministrazione era Gianfranco Caporlingua, nel 2014 finito con la Quinto Immobiliare anche nello scandalo Caat (Centri di Assistenza Abitativa Temporanea) nel periodo di Mafia Capitale, che costava alle casse di Roma la bellezza di 43 milioni di euro l’anno. Il 6 aprile 1996 venne convocata da Caporlingua un’assemblea generale ordinaria avente come ordine del giorno la stipula del contratto di concessione d’uso gratuito del complesso immobiliare all’Infernetto con il comando della Guardia di Finanza e la sottoscrizione del contratto con l’ATI Maurizio Bigelli/Cogeim per l’esecuzione dei lavori di completamento e adattamento del complesso alle esigenze della Guardia di Finanza. Erano i tempi dei democristiani Vittorio Sbardella (detto lo Squalo') e Giorgio Moschetti (tesoriere DC).   Eseguendo una visura al catasto fabbricati del Comune di Roma, le strutture non risultano ancora censite risultando solo il loro traferimento alla partita speciale "area di enti urbani e promiscui". A questo punto, devono essere verificati i seguenti quattro punti:   1) La regolarità urbanistica dell’area prima di effettuarne una qualsiasi variante. 2) La regolarità del titolo edilizio dei singoli fabbricati in assenza di sanatoria 3) La verifica dell’invarianza idraulica dell'area allo stato di fatto attuale 4) L'integrazione del nuovo progetto con il recupero degli standard urbanistici previsti dai limitrofi piani di zona e ambiti di trasformazione integrati.   Pur confidando che si utilizzerà solo la cubatura di quanto già edificato, devono esser previste misure di contenimento ad eventuali densificazioni o al ricorso di strumenti come il piano casa. Vorremmo infatti evitare la scoperta dell’ennesimo scandalo giudiziario a cose fatte e soprattutto evitare che dopo 30 anni l’eredità di Sbardella e Moschetti, ‘congelata’ dalla presenza della Guardia di Finanza, torni con i propri scheletri nuovamente in vita.

Ci saremmo aspettati, il 25 febbraio scorso, che la Sindaca Virginia Raggi non si fosse limitata a farsi fotografare in visita al centro sportivo della GdF all'Infernetto, ma avesse speso qualche parola sul futuro di quell'area.


Paula de Jesus per LabUr - Laboratorio di Urbanistica


sabato 20 febbraio 2021

CASE POPOLARI: ANCHE I SINDACATI FINISCONO NEL TRITACARNE DELLA NARRAZIONE MAFIOSA. VI SBLOCCO UN RICORDO.

 

Scoppia la polemica sui media dopo le dichiarazioni della delegata alle Periferie (*). Consiglio di leggere l'articolo.
Sulla ferita più grande e ancora sanguinante, oltre che infetta, di Roma Capitale, si specula cinicamente in campagna elettorale per motivazioni poco nobili.
Ad Ostia ci siamo abituati al metodo calunnioso delle delegata. Non è dunque una sorpresa. E siccome "senza una memoria, l'uomo è ridotto al rango di animale inferiore", voglio ricordare quanto accaduto pochi anni fa. Perché "confondere i Sindacati degli Inquilini con le Associazioni e organizzazioni politiche e private" è un fatto prima di tutto deotologicamente indecente, soprattutto se si ha un ruolo pubblico e se lo si è 'accarezzato'.
"Il Comune di Roma non assegna case popolari, non lavora le domande del contributo affitto di febbraio, sta erogando con tempi biblici i contributo affitto di 240 euro a un quarto dei richiedenti, non fa manutenzioni straordinarie, fa sgomberi mandando famiglie in strutture di cooperative sociali inadeguati al costo di 20 euro a persona al giorno (tre persone dicasi 1800 euro al mese) e ha l'arroganza e la volgarità di accusare i sindacati come fiancheggiatori del racket delle case popolari"...
Il ricordo: Nuova Ostia, 2018: Con determinazione dirigenziale n. 302 del 18.06.2010 il Comune di Roma disponeva lo sgombero dell’alloggio sito in via Antonio Forni n. 22 occupato da Silvano Spada. Il 24 giugno agenti della Polizia municipale arrivati sul posto circa alle 8.30, supportati da Polizia e Carabinieri, bloccavano l’entrata del palazzo. Due ore dopo, alle 10.30, una decina di persone tentavano di varcare il cordone per salire nell’appartamento al secondo piano ma venivano respinte a forza ottenendo comunque una proroga di 15 giorni dello sfratto. Tra queste persone, oltre a Massimiliano Spada (fratello di Silvano) anche Sabrina Giacobbi, segretaria (dal 2006 al 2015) della sede del PD di via Forni 16, sede chiusa per morosità per non aver mai pagato l’affitto al Comune di Roma. Una sede che invece, secondo i collaboratori di giustizia, avrebbe regolarmente pagato per anni il ‘pizzo’ al clan Baficchio, rivali degli Spada (come riportato dalla Procura di Roma). Secondo la versione della Giacobbi, rilasciata alla stampa, Silvano Spada aveva sempre vissuto lì, prima con la nonna (che era l’assegnataria della casa) e poi, dopo la morte della nonna, con sua figlia.
Sabrina Giacobbi con l’avvocato Luca Iacopini utilizzò a quel tempo i 15 giorni di proroga dello sfratto per fare ricorso al TAR che però il 15 settembre 2010 (n.04018/2010 Reg.Ord.Sosp.) respinse la domanda incidentale di sospensione dello sfratto ritenendo che non vi fossero "gli elementi per ritenere che il ricorrente (Silvano Spada) facesse parte del nucleo familiare dell’assegnataria (la nonna)".
Non si ha notizia di cosa abbia in seguito deciso il TAR, fatto sta che quando il 9 ottobre 2018 (8 anni dopo) spararono al portoncino della casa di Silvano Spada l’indirizzo era sempre quello: via Forni 22. Una casa occupata abusivamente come ha raccontato la stampa: "maxi blitz in stile militare a Ostia per lo sgombero di un’altra casa popolare occupata abusivamente dagli Spada (dopo quello di giovedì scorso). A vivere indisturbati nell’abitazione erano la compagna e i figli di Silvano Spada, attualmente in carcere. Oltre 150 agenti del Corpo di polizia locale di Roma Capitale sono intervenuti in via Forni 22, a Ostia, per il recupero della casa popolare illecitamente occupata".
Questo faceva il circolo PD di via Forni che ad Ostia è chiamata dai residenti la ‘vietta’. In realtà è stata lo stradone della droga: rendeva fino a 15.000 euro al giorno, con tanto di dosi passate dai balconi agli spacciatori. A gestirla per molto tempo, affinchè tutto fosse tranquillo, Michael Cardoni oggi con Tamara Ianni (sua moglie) le fonti ritenute più attendibili da parte della Procura di Roma nel processo contro il clan Spada. Michael Cardoni per quel lavoro percepiva 200 euro al giorno fino a quando non venne ucciso a novembre 2011 il cugino di suo padre, Giovanni Galleoni, capo indiscusso del clan Baficchio, rivale degli Spada. Era di Giovanni Galleoni la palestra abusivamente occupata in via Forni 41-47 poi diventata degli Spada e fatta chiudere sotto Marino. Su via Forni al numero 16 c’era sempre stato il circolo del PD (chiuso il 19 maggio del 2015 per occupazione abusiva) e anche, dal 2005, al civico 39, lo sportello della Romeo Gestioni (davanti alla sede del PD, sul lato opposto) come punto di contatto per le 1042 famiglie delle case Armellini.
Non solo gli Spada furono aiutati dal PD ad occupare le case ma anche i ‘Baficchio’.
Dalle parole di Tamara Ianni, la collaboratrice di giustizia che ha denunciato il clan Spada, emerge il ruolo della ex sede del PD di via Antonio Forni a Nuova Ostia (la ‘vietta’). La sede, che non ha mai pagato per oltre 20 anni un euro al Comune occupando un alloggio che però il Comune pagava al gruppo Armellini, aiutava a ‘regolarizzare’ le occupazioni abusive collegate anche alla criminalità locale. Ciò si evince appunto dalla testimonianza di Tamara Ianni, la moglie di Michael Cardoni, figlio di Massimo a sua volta cugino di Giovanni Galleoni, quest’ultimo noto come «Baficchio» e considerato uno dei discendenti della Banda della Magliana (ucciso a Ostia nel 2011, inizio della predominanza del clan Spada). Galleoni aveva un 'libro mastro' (mai ritrovato) in cui annotava i propri proventi illeciti: pizzo, estorsioni, usura etc. Secondo i collaboratori di giustizia e la magistratura inquirente, anche la sede PD di via Antonio Forni pagava il pizzo. Per le case, il gioco allora era facile. Bastava occupare abusivamente una casa popolare, autodenunciarsi al Comune di Roma (lo sportello della Romeo era in via Forni, davanti alla sede del PD) e attendere l'arrivo dei vigili che prendevano atto dell'occupazione. Eletta la residenza in quella casa, si iniziava a pagare al Comune una indennità di occupazione per poi presentare una istanza di assegnazione della casa occupata grazie agli avvocati messi a 'disposizione' dal PD. Il Comune di Roma, con proprio ufficio, si occupava poi dell'istruttoria delle domande di regolarizzazione delle occupazioni abusive di questi alloggi di edilizia residenziale pubblica. Un metodo semplice e redditizio dal quale scaturivano centinaia di voti per il PD di Ostia. Ora che la sentenza in appello del processo chiamato ‘Sub Urbe' (racket delle case popolari a Ostia) è arrivata (tra gli altri, Massimiliano Spada condannato a 10 anni e 8 mesi) e che è in corso il processo al clan Spada (Silvano Spada, arrestato), sarebbe doveroso verificare anche le responsabilità della politica locale". (**)


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