lunedì 19 luglio 2021

OSTIA, “CONTRATTO DI FIUME”: INGERENZA DEL MUNICIPIO X

In data 8 giugno 2021 con Pro. CO/76935 da parte di Francesco Vitolo (M5S) che presiede la Commissione Ambiente Territorio e Sicurezza viene redatta una proposta di risoluzione per lo Sviluppo di parchi di affaccio sul Tevere per i quartieri in riva idraulica del tratto di pertinenza del Municipio X con l’obiettivo “di dare mandato alla Presidente e alla Giunta del Municipio X affinché attivi la segreteria tecnica del Contratto di Fiume Tevere Castel Giubileo – Foce sulle progettualità necessarie per realizzare aree di affaccio in riva sinistra idraulica del Tevere ricadenti nel Municipio X individuando opportune aree nei seguenti siti: Idroscalo, Ostia Antica, Bagnoletto/Dragone, Dragoncello, Casaletto di Giano …” e si aggiunge che “si risolve di evidenziare che le aree di Ostia Antica e Casaletto di Giano … siano le prime su cui sviluppare le predette progettualità” attraverso “soluzioni tecniche che comprendano l’utilizzo dell’argine stipulando accordi e/o servitù con l’attuale concessionario”. Nel documento, davvero imbarazzante sotto il profilo tecnico/giuridico/amministrativo, si parla addirittura di “libera fruizione della continuità spondale, degli argini e delle golene”, di “fruibilità sostenibile”, di fantomatiche “analisi condotte”. Il M5S del Municipio X, nel disperato tentativo di mantenere una promessa elettorale fuori tempo massimo, tenta di forzare la realizzazione del sentiero cicloturistico sull’argine del Tevere in sponda sinistra che per fortuna ha smesso almeno di essere chiamato nei documenti ufficiali “Sentiero Pasolini” e di cui LabUr ha ampiamente parlato evidenziandone tutte le criticità, le illegittimità e illegalità (LINK 1 LINK 2 LINK 3 LINK 4 LINK 5). Dopo aver dato ampia dimostrazione in 5 anni di non conoscere la materia demaniale, dopo aver illuso il proprio elettorato cavalcando slogan privi di fondamento giuridico (confondendo il demanio fluviale con quello marittimo), dopo che gli organi preposti al controllo gli hanno ribadito in tutti i consessi che avevano imboccato una strada cieca, dopo aver tentato senza fortuna di infilare questo sedicente progetto in qualunque tavolo anche quelli ‘amici’, dopo che la Polizia Municipale è stata inviata anche dal Prefetto per comprendere il motivo di deliranti affermazioni da parte dell’Amministrazione municipale, tentano il piano variante Delta in campagna elettorale. Con la scusa di aver aderito al Contratto di Fiume Tevere Castel Giubileo-Foce (CFT) attraverso una mozione in cui si motivava la scelta con “intende garantire l’accessibilità e la fruizione del fiume”, l’Amministrazione pentastellata del Municipio X, nella totale assenza di pubblicità e trasparenza che ha contraddistinto il suo operato, chiama dei “tavoli tecnici” per operare di fatto pressioni illecite. Nell’ultimo tavolo tecnico, tenutosi settimana scorsa (che non è pubblico e pubblicato), l’Ing. Giorgio Pineschi (Vigilanza e Bacini Idrografici Regione Lazio) ha testualmente ribadito: “Noi siamo l’Ufficio preposto alla Vigilanza e Rispetto delle Regole, che sono quelle del Diritto del Codice Civile e Penale ,che parte dalle concessioni, e non possiamo avvallare illeciti. Siamo chiamati in ambito idraulico al rispetto delle regole. Abbiamo fatto diverse denunce, non contro ignoti ma contro noti, cioè l’associazione che si è resa responsabile di illeciti sull’argine in sponda sinistra del fiume Tevere. Abbiamo demolito infrastrutture pericolose, perché la priorità è la sicurezza dei ciclisti e di chi percorre queste aree. Per noi il rispetto delle regole, come funzionari pubblici, è la prima cosa. Il Sentiero Pasolini, o come lo volete chiamare, NON esiste. Se mai esisterà questo percorso dovrà partire dal rispetto delle regole. Questa è la strada maestra. Le regole sono chiare: ci sono cose che si possono fare e cose che non si possono fare”. Ricordiamo all’Amministrazione pentastellata del Municipio X, in particolare all’Assessore Alessandro Ieva e al Presidente della Commissione Ambiente Francesco Vitolo, che il Contratto di Fiume Castel Giubileo – Foce non è stato ratificato e comunque non è il luogo preposto per fare campagna elettorale. Ricordiamo loro che si tratta di uno strumento di programmazione negoziata e non di imposizione politica da parte di un partito. Che ogni soggetto partecipante al tavolo vale quanto gli altri (uno vale uno, in questo caso sì) e non può portare avanti questioni ideologiche contrarie a leggi, norme e regolamenti. Ricordiamo loro anche che l’Art. 68 bis Codice dell’ambiente ( D.Lgs. 152/2006) è molto chiaro: “i contratti di fiume concorrono alla definizione e all’attuazione degli strumenti di pianificazione di distretto a livello di bacino e sottobacino idrografico, quali strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata che perseguono la tutela, la corretta gestione delle risorse idriche e la valorizzazione dei territori fluviali, unitamente alla salvaguardia dal rischio idraulico”. Quindi non perseguono finalità ludiche, non sono il gingillo del potentato di turno. I CdF devono dare vita a processi partecipativi aperti e inclusivi, con condivisione di intenti, di impegni e di responsabilità tra i soggetti aderenti, pubblici e privati, che hanno come obiettivo primario la tutela dell’ambiente, la prevenzione dei danni ambientali, la corretta gestione delle risorse idriche, la salvaguardia del rischio idraulico e la valorizzazione dei territori fluviali che evidentemente i grillini scambiano per un lunapark. I soggetti che aderiscono al contratto di fiume hanno tutti lo stesso peso e voce in capitolo. I soggetti aderenti al CdF definiscono un Programma d’Azione (PA) condiviso tra tutti i firmatari e si impegnano ad attuarlo attraverso la sottoscrizione di un accordo che, lo ribadiamo, NON è stato ratificato. L’obiettivo del CdF è quello di ottenere un livello di protezione ambientale elevato grazie al raggiungimento di risultati mirati e all’introduzione di nuove formule idonee a dare attuazione, ma mai in contrasto con leggi, norme e regolamenti nazionali e sovranazionali. Non ci può essere alcun rendimento economico senza la sostenibilità ambientale e l’utilità pubblica, secondo i principi di sussidiarietà orizzontale e verticale. I CdF hanno l’obiettivo di stimolare la progettualità territoriale dal basso, non dall’alto, attraverso il raggiungimento dell’“equilibrio delle tre E”: Ecologia, Equità, Economia, partendo da un’analisi delle criticità del bacino e del territorio interessato. In particolare, l’alto rischio idraulico, la compromissione della qualità delle acque superficiali, il degrado ambientale del fiume e dei territori circostanti. E’ uno strumento dunque di soft law, l’approdo di un lungo iter di studi e comparazioni, che serve alle Regioni per chiedere finanziamenti al Ministero. In un sistema di governance multilivello i Contratti di fiume si configurano come processi continui di negoziazione tra le Pubbliche Amministrazioni e i soggetti privati coinvolti a diversi livelli territoriali e si sostanziano in accordi multisettoriali e multiscalari caratterizzati dalla volontarietà e dalla flessibilità tipiche di tali processi decisionali. I CdF contribuiscono al perseguimento degli obiettivi propri delle normative in materia ambientale, in particolare in riferimento al raggiungimento del “buono stato” di qualità dei corpi idrici previsto dalle direttive dell’U.E. in materia. Qualunque progetto presentato da un CdF, non da un soggetto del CdF, deve dunque, come ha ribadito fino alla nausea l’Autorità di Vigilanza e Bacini Idrografici della Regione Lazio rispondere alla leggi ed essere preceduto dall’analisi sulla fattibilità finanziaria ed economica, cosa mai avvenuta nel fantomatico Sentiero Pasolini (ora trasformato in affacci sul Tevere spacciati per opera di pubblica utilità, manifestazione evidente di ignoranza amministrativa). E tra le analisi preliminari ci sono quelle dei portatori di interesse e le reti esistenti tra gli stessi. Per questa ragione si parla di “processi partecipativi aperti ed inclusivi“, proprio perché si cerca di raggiungere una “piena condivisione di intenti”, cosa anche questa mai avvenuta. Solo al termine di questa attività preparatoria, si procede alla conclusione del CdF vero e proprio, cioè quell’atto di impegno vincolante che formalizza le decisioni condivise nel processo partecipativo, definendo gli impegni specifici di ciascun contraente e tutte le fasi del procedimento devono essere improntate ad alti standard di trasparenza. Una parola fuori dai radar di questa Amministrazione.

mercoledì 16 giugno 2021

IL DEMOCRISTIANO MARIO FALCONI ESPRESSIONE SINISTRA

19 Luglio 2010, viene nominato coordinatore UDC Lazio/verso il Partito della Nazione, con il sostegno di Pier Ferdinando Casini. Nel X Municipio (allora XIII) viene ad aprire con Alessandro Onorato, legato al costruttore Alfio Marchini, la nuova sede del partito. Amico di Ciocchetti e di Mastella, il Dott. Mario Falconi, è stato ospite fisso da Giletti per parlare delle diete di Adriano Panzironi, quando non impegnato su TV2000. Sicuramente è un ottimo medico che vanta amicizie importanti dedicando da anni molto tempo alla difesa della categoria (essendo Presidente dell'Ordine Provinciale di Roma dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri). Fatico a capire come possa essere considerata una candidatura civica (???) di centrosinistra a meno che non si intenda per centrosinistra quella parte 'sinistra' e 'sinistrata' del PD e di Sinistra Inutile, che voterà un personaggio televisivo dalla faccia pulita per coprire gli stessi affari sporchi.

Ricordo, giusto qualche episodio (perché sono davvero troppi e tutti disdicevoli) che dal 2010 abbiamo assistito agli sgomberi all'Idroscalo (*) per far posto al progetto del raddoppio del Porto finito sequestrato e confiscato per bancarotta fraudolenta a Mauro Balini, dove il direttore dei lavori era l'Ing. Paolo Solvi (condannato nel processo Mondo di Mezzo) coordinatore della campagna elettorale di Tassone e coordinatore UDC del Municipio X, per arrivare a Mafia Capitale.
Ora, le cose sono due: o Falconi era troppo impegnato da non aver tempo di conoscere cosa stessero facendo i suoi 'coordinati' (mentre chiudeva protocolli di intesa con Alemanno) e dunque il territorio non lo conosce, o lo conosce, ne ha condiviso le vicissitudini politiche del suo partito e dunque si replica il solito disegno degli ultimi 32 anni.
Abbiate pietà. Levate la parola sinistra.

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(*) ricordo che l’UDC non ha partecipato alla votazione dell’ordine del giorno per la messa in sicurezza dell’Idroscalo di Ostia, per altro dovuta sul lato fiume, mentre ha votato a favore, solo 13 minuti prima su un ODG del PD di Nuova Ostia, opere previste già dalle amministrazioni precedenti e che non sono mai state realizzate.

PS: Elezioni 2013 ipse dixit.
"Mi è stato chiesto da parte di autorevoli esponenti del Centro democratico di impegnarmi in prima persona per le prossime elezioni amministrative per il comune di Roma e soprattutto per il nostro Municipio. Dopo ampia e meditata riflessione ho deciso di mettermi in gioco in questa avventura, senza candidarmi, ma favorendo la formazione di una lista di giovani donne e uomini , dando il mio pieno sostegno e appoggio incondizionato.

Chi come me vive ad Ostia da circa 45 anni, territorio in cui sono nati i miei 3 figli, dove ho operato e opero come medico sia all'ospedale G.B. Grassi che nel territorio del X Municipio che considero mia vera patria, anche se adottiva, non può non ribellarsi al degrado ambientale e sociale cui è purtroppo giunto, sia per la scarsa attenzione del comune di Roma ai nostri reali bisogni, sia per l'incapacità amministrativa locale di una dirigenza mediamente inadeguata. Ci piacerebbe poter continuare ad "amare" un territorio che per le sue caratteristiche ha delle enormi possibilità di poter essere vissuto pienamente e felicemente e non anche "maledetto" per le gravi carenze e inefficienze di cui è permeato.

Il primo successo lo abbiamo già conseguito con la partecipazione di Patrizia Salis candidata del Centro democratico alle primarie nella coalizione di centro-sinistra. Con pochissime giorni a disposizione abbiamo ottenuto che circa 1.100 cittadini siano andati nei vari uffici elettorali a scrivere il suo nome. Con l'entusiasmo che tutti i candidati hanno manifestato, possiamo realmente, votando la lista del Centro Democratico, contribuire ad un profondo cambiamento gestionale del nostro municipio e anche del comune di Roma.

L’impegno che ho personalmente preso con tutti i componenti della lista del Centro Democratico è che, anche se non candidato, sono e sarò sempre uno di loro e che in ogni caso il gruppo di amiche e amici che abbiamo coinvolto non si disperderà all'indomani della proclamazione degli eletti, ma continuerà ad operare quale cittadinanza attiva e sarà non solo di supporto, con le proprie competenze, agli amministratori pubblici eletti ma anche di verifica e controllo del loro operato”.

domenica 13 giugno 2021

NUOVA OSTIA, CASE EX ARMELLINI: TUTTI FUORI IL 12 AGOSTO 2021

 

Dopo le palazzine della Larex a Via Fasan, arriva l’ordinanza di sgombero per le palazzine ex Armellini. Tutti fuori entro il 12 agosto 2021. Con sentenza TAR Lazio 10833 del 4 luglio 2018 e pubblicata il 12/11/2018 si davano 90 giorni dalla pubblicazione della sentenza per l’esecuzione del rilascio del complesso immobiliare (cioè fino al 12 febbraio 2019) e veniva nominato commissario ad acta il Prefetto. Con ordinanza 14076 del 9 dicembre 2019 veniva invece concessa, su richiesta del Prefetto, la proroga del termine per l’esecuzione del giudicato di ulteriori 18 mesi, a decorrere dalla scadenza del termine già assegnato dalla sentenza n.10883 del 2018 (cioè fino al 12 agosto 2020). Di nuovo il Prefetto ha richiesto proroga il 5 marzo 2021, come da noi riportato , poi riconosciuta in altri 12 mesi a decorrere dalla scadenza del precedente termine prorogato, cioè fino al 12 agosto 2021 con ordinanza 07028 del 9 giugno scorso e pubblicata l’11 giugno. L’Amministrazione comunale a guida Raggi dunque ha avuto ben 3 anni dalla prima sentenza per trovare una soluzione alloggiativa per le 5.000 persone che “versano in condizioni di fragilità”. Nonostante le promesse della Sindaca già a gennaio 2019 su un ipotetico acquisto degli immobili da parte del Comune di Roma, la Raggi pensa solo a giocare con lo skate park, la pista ciclabile, la fontana e il villaggio dello sport e a spacciare arte d’accatto a Nuova Ostia. Non si comprende davvero con che coraggio l’Amministrazione continui a fingere che nulla stia accadendo. Un comportamento davvero criminale. La bomba sociale, come sempre, sta per esplodere in piena estate.

paula de jesus per LabUr- Laboratorio di Urbanistica

martedì 11 maggio 2021

NUOVA OSTIA, CASE DI VIA MARINO FASAN: CONDANNATA DI NUOVO ROMA CAPITALE.

Nuova condanna di Roma Capitale per la gestione degli immobili ERP a Nuova Ostia.
Il TAR dà ragione alla Larex SpA, proprietaria di quattro edifici a rischio crollo in Via Marino Fasan e scrive “Una vicenda paradossale” in cui gli immobili a rischio crollo sono nella detenzione e nella custodia di Roma Capitale che trascura da anni tale condizione, ma provvede ad intimare al proprietario, che non li detiene e non può accedervi, di eseguire i lavori di messa in sicurezza per privata e pubblica incolumità, non avendo neppure provveduto ad interdire l’accesso a tutte le aree ritenute a rischio per la pubblica incolumità”. 
Condannata Roma Capitale per difetto di istruttoria, travisamento dei fatti e manifesta contraddittorietà”. Ennesima criminale gestione di Roma Capitale dopo il caso delle ex case Armellini (LINK). 


La Larex S.p.A. aveva concesso in locazione a Roma Capitale quattro immobili siti ad Ostia – Roma in Via Marino Fasan per essere destinati ad alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP) con contratto del 1° ottobre 2001, definitivamente scaduto il 31 maggio 2013 (sentenza del Tribunale di Roma sezione 6^ civile n. 3166/2014 pubblicata il 7 febbraio 2014 e passata in giudicato). Gli edifici sono attualmente abusivamente occupati ed è in corso una relativa procedura di esecuzione di sfratto. 
La società proprietaria ha fatto ricorso al TAR, ottenendone l’annullamento, della determina dirigenziale n. 249 del 4 agosto 2017 (prot. n. RK 5428) emessa dall’Ufficio Extradipartimentale Politiche della Sicurezza e Protezione Civile – Direzione Protezione Civile – Ufficio per la Sicurezza Statica degli Edifici Privati notificata in data 1° settembre 2017 avente ad oggetto “Disposizioni relative agli immobili siti in Ostia-Roma, Via Marino Fasan n. 9/15/23/29 – Mun. X”. Roma Capitale, in ragione delle “condizioni statiche degli edifici” e “considerato che la situazione degli immobili … potrebbe evolversi negativamente nel tempo, con il verificarsi di eventuali crolli e/o cedimenti”, aveva diffidato la Larex a: nominare un tecnico abilitato che accertasse le cause dei dissesti riscontrati dalla Commissione e ad individuare gli interventi o gli apprestamenti necessari al ripristino delle condizioni di sicurezza; a provvedere a far eseguire i lavori atti al ripristino delle condizioni di sicurezza; a disporre, nelle more di un intervento di puntellamento del solaio al primo livello, l’interdizione all’uso del piano interrato e del piano terra, ad esclusione degli accessi al vano scala”, nonché a “fornire … una relazione tecnica in cui fossero indicate le modalità di intervento che si intendono attuare e i tempi previsti per l’esecuzione dei lavori” e “eseguiti i lavori, … un certificato di un proprio tecnico, redatto su carta legale, attestante che … “è stato eliminato ogni pericolo per l’incolumità delle persone”. 
La Larex ha dimostrato che la diffida era stata adottata a seguito di suoi ripetuti solleciti a Roma Capitale di procedere allo sgombero e alla restituzione degli immobili, in cui si evidenziava l’impossibilità di eseguire qualsiasi lavoro di messa in sicurezza per via dell’occupazione e degli abusi edilizi ivi presenti, come era stato accertato in sede di sopralluogo il 20 luglio 2017 dalla “Commissione per la verifica delle condizioni statiche degli edifici comunali o in uso al Comune”, alla presenza dei Vigili del Fuoco e della Polizia Locale nonché dei rappresentanti della Larex. 
Il 3 ottobre 2017 la Larex comunica di essere disponibile, al fine di esimersi da ogni responsabilità in caso di rovina degli edifici, ad eseguire gli interventi richiesti, convocando per l’11 ottobre 2017 i competenti uffici comunali e la Polizia Locale affinché le prestassero la necessaria assistenza. Quel giorno viene messo a verbale la perdurante impossibilità di accedere ai locali e, dunque, a dar seguito alle prescrizioni indicate nella determinazione. La Larex a questo punto impugna gli atti del Comune per violazione degli artt. 56 e 94 del Regolamento generale edilizio del Comune di Roma (*), per eccesso di potere, per travisamento dei fatti, illogicità, incongruenza e contraddittorietà manifesta dei provvedimenti impugnati e carenza di istruttoria, avendo Roma Capitale omesso di valutare l’impossibilità della Larex di ottemperare alle prescrizioni indicate, essendole precluso l’accesso e l’intervento sugli immobili in rovina. 

Roma Capitale a questo punto, incomprensibilmente e incredibilmente, si costituisce in giudizio e nella memoria difensiva del 2 febbraio 2018 sostiene la legittimità dei suoi atti riferendo che “a fronte delle oggettive difficoltà incontrate nel recuperare la disponibilità degli immobili e poterli quindi riconsegnare alla proprietà in ottemperanza alla sentenza del Tribunale di Roma n. 3166 del 7/2/2014”, sta “comunque ponendo in essere tutte le attività di sua competenza per sgomberare gli stessi e reprimere altresì i rilevanti abusi edilizi riscontrati, tra le cause “dello stato di ammaloramento e di pericolo in cui versano le palazzine”. Attività mai pervenute.

Il TAR a quel punto con ordinanza n. 659/2018 dispone che “l’Amministrazione valuti l’esigenza di assumere i provvedimenti del caso necessari a tutela della incolumità pubblica” e intima, oltre che alla proprietà e ad ogni altro soggetto coinvolto nella vicenda, di provvedere senza ritardo all’eventuale sgombero ed alla riparazione dell’edificio che minaccia rovina”. 
E’ il 27 settembre 2018. La Larex deposita un atto in cui fa presente che l’amministrazione capitolina, pur a fronte di relativa diffida del 30 marzo 2018, non ha ottemperato al giudicato cautelare e chiede l’integrale esecuzione dell’ordinanza. Il TAR emette una nuova ordinanza (n. 10412/2018) e intima a Roma Capitale di provvedere senza ritardo come indicato nel provvedimento cautelare, nominando, per il caso di ulteriore inottemperanza, quale commissario ad acta, il Prefetto di Roma affinché provveda all’adozione di tutti gli atti a tal fine necessari. Il Prefetto, sollecitato dalla Larex ad attivare la procedura commissariale, con nota del 14 aprile 2019, nell’evidenziare come il Comune abbia posto in essere “attività … propedeutiche e indispensabili ai fini della liberazione degli immobili in questione” (censimento famiglie), chiedeva la concessione di una congrua dilazione del termine assegnato a Roma Capitale, al fine di consentirle il completamento delle iniziative intraprese. All’udienza pubblica del 5 giugno 2019 la causa viene rinviata su istanza congiunta di entrambe le parti, in ragione dell’esistenza di una trattativa per la soluzione transattiva del contenzioso in essere. Dopo oltre un anno, il 7 ottobre 2020, mentre le palazzine sono sempre a rischio crollo, la Larex avanza una nuova istanza perché le trattative sono fallite. Roma Capitale deposita una nuova memoria difensiva in cui dà atto di non aver ancora provveduto allo sgombero. 
Udienza pubblica del 24 febbraio 2021. Roma Capitale viene accusata di aver del tutto omesso di considerare l’acclarata impossibilità per la Larex di poter accedere e intervenire sugli immobili in rovina. Sono passati 4 anni dal sopralluogo in cui la “Commissione per la verifica delle condizioni statiche degli edifici comunali o in uso al Comune” già attestava come “la quasi totalità del piano (interrato delle edifici) non è accessibile né visibile in quanto chiuso e occupato” e dove Roma Capitale non solo non aveva liberato gli immobili, ma si era sostanzialmente limitata ad intraprendere soltanto un’attività di censimento degli occupanti, peraltro ancora non ultimata, nonché a rendere delle mere dichiarazioni d’intenti circa la riconsegna degli stessi alla Larex. Nessuna attività di messa in sicurezza degli edifici nonostante i molti sopralluoghi gli ultimi eseguiti il 7 agosto 2020, il 30 settembre 2020 ed il 9 dicembre 2020, e nonostante il 28 agosto 2020 la Larex si fosse resa disponibile ad eseguire opere di “puntellamento” delle zone più ammalorate, poi non realizzate a causa del mancato intervento dell’amministrazione. 

Il TAR in sentenza arriva a scrivere che la vicenda è “paradossale”. Infatti, se è vero che lo sgombero degli edifici richiede il trasferimento e la gestione di diversi nuclei familiari (assegnatari degli alloggi ERP, caratterizzati da varie fragilità sociali) sia sicuramente reso difficoltoso, il TAR rileva il carattere paradossale della vicenda, in cui gli immobili in rovina sono nella detenzione e nella custodia di Roma Capitale che trascura tale condizione, ma provvede ad intimare al proprietario che non li detiene e non può accedervi di eseguire i lavori di messa in sicurezza. Il TAR contesta che l’intimazione di Roma Capitale alla Larex sia viziata, oltre che per difetto di istruttoria e travisamento dei fatti, anche per manifesta contraddittorietà, in quanto caratterizzata da un elevato grado di non consequenzialità logico-giuridica rispetto ad altri atti della medesima amministrazione, tra i quali, innanzi tutto, la nota del 17 agosto 2017 (n. prot. QC22812) con cui il Dipartimento Patrimonio Sviluppo e Valorizzazione di Roma Capitale, all’esito del menzionato sopralluogo del 20 luglio 2017, richiedeva agli Uffici di Polizia Locale e al Dipartimento Politiche Abitative di Roma Capitale di procedere, ognuno per quanto di competenza, “all’immediato accertamento degli abusi posti in essere nel piano interrato sottostante gli edifici in questione che, come attestato nel verbale, sono nella quasi totalità chiusi ed occupati” ai fini “anche dell’identificazione degli attuali occupanti nonché della predisposizione degli atti necessari per l’immediato sgombero e contestuale riconsegna dei locali in esame, liberi da persone e cose, alla Proprietà al fine di consentire alla stessa l’esecuzione degli interventi di messa in sicurezza individuati dalla Commissione per la verifica delle condizioni statiche degli edifici comunali in uso al Comune. Inoltre, non ha interdetto l’accesso per tutte le aree ritenute a rischio per la pubblica incolumità”. Pur a fronte di tale indicazione, l’Ufficio Extradipartimentale della protezione civile di Roma Capitale, anziché adoperarsi in tal senso, cooperando con tutti i vari uffici comunali interessati nonché con la competente Polizia Locale al fine di gestire la situazione di grave rischio per l’incolumità pubblica, si è limitata a ribaltare sulla sola proprietà ogni relativa prescrizione, chiedendo a quest’ultima di eseguire tutta una serie di attività che quest’ultima non era in condizione di poter eseguire.
Per questo motivo il TAR ha annullato tutti gli atti impugnati di Roma Capitale e l’ha condannata a pagare le spese. 

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(*) delibera n. 5261 del 18 agosto 1934 e successive modificazioni, che individua il destinatario dell’intimazione a provvedere senza ritardo alla riparazione dell’edificio che minaccia rovina non necessariamente nel proprietario dell’immobile bensì in coloro che, al momento in cui si verifica la condizione di pericolo per la pubblica incolumità, abbiano la possibilità di disporre dell’immobile oggetto del provvedimento)

venerdì 23 aprile 2021

La saga della “Fontana dello Zodiaco” ad Ostia meglio di Twin Peaks

La vera storia della Fontana dello Zodico ad Ostia.

Doveva essere riaccesa nel giorno del Natale di Roma e invece la Sindaca ha anticipato all’ultimo per evitare contestazioni. Un momento molto atteso da parte degli ostiensi, tagliati fuori insieme ai giornalisti e ai fotografi, trasformato in una saga degna di Twin Peaks.
Nelle puntate precedenti:
Il restauro della “Fontana dello Zodiaco” compare la prima volta nelle intercettazioni tra Luca Parnasi e il consigliere Paolo Ferrara nella vicenda “Stadio della Roma”. Viene restaurata grazie ad una interpretazione creativa del decentramento amministrativo dal Municipio X, nonostante non ne avesse la competenza. La fontana si trasforma in pertinenza stradale e così i soldi vengono presi dai fondi destinati alla manutenzione delle strade, in questi anni divenute vere e proprie piscine per i pneumatici e puntellate da cartelli con limiti a 30Km/h. I costi del restauro levitano di ben 4 volte, così come i tempi di consegna e di riapertura, e per giustificarsi, come perfette casalinghe di Voghera, si inventano che si tratta di “opera d’arte”, addirittura un “tesoro architettonico della Capitale”, un getto continuo di falsi che raggiungono l’altezza imperiale di Pier Luigi Nervi con lo scopo di enfatizzare il restauro, una vera e propria photoshoppata in perfetto stile grillino di Paolo Ferrara. Si tratta di un’opera pubblica, per quanto concerne la terrazza, dove è stata posizionata successivamente una vasca modesta con la funzione di serbatoio di riserva per l’impianto antincendio.
Il plot si fa sempre più intrigante. Il 20 aprile si arrabbiano tutti, persino i fotografi professionisti storici di Ostia, esautorati dall’Ufficio Stampa della Sindaca che riproduce in mondovisione scatti fotografici con l’orizzonte della Capitale d’Italia storto, lo stesso ufficio che ha confuso l’arena di Nimes con il Colosseo. Poi il dilemma: sono stati o no realmente restaurati i mosaici ad intarsio o sono dei falsi? Ferrara assicura che non ci sono mai stati mosaici.
I droni inquadrano gli zampilli di una vasca in cemento. Sullo sfondo solo abbandono e degrado, strutture fatiscenti e occupate da disperati. Una vasca in cemento appoggiata al centro di una terrazza nata esclusivamente per essere non un luogo di aggregazione bensì area scenografica del punto terminale di una strada ad alto scorrimento, ora priva anche di parcheggi. Tant’è che non ci sono panchine o zone d’ombra, ma solo telecamere per ora non funzionanti. Un set mordi e fuggi, il tempo di un selfie dopo aver parcheggiato l’auto in divieto di sosta sotto il sole di agosto. Perché questa è l’idea di città che ha questa amministrazione. Scenografica.
Mai fu più vero lo slogan del Comune “spaccioarte”, cioè roba tossica.
Solidarietà alla buon anima dell’ingegnere comunale Mario Ferrero, padre di quella fontana.
 
Tutti ne parlano, pochissimi ne conoscono la sua storia, la sua funzione e il suo ruolo urbanistico.
Per chi volesse non fare la solita figura de “#oggituttisovrintendenti” auguro buon proseguimento di lettura.
La manutenzione è inclusa nel mezzo milione di euro? No, non è stata prevista. Ora come allora.
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Il piazzale con la Fontana dello Zodiaco costituisce il fondale scenografico di viale Cristoforo Colombo nel punto terminale di Ostia Lido: frutto di una storia lunga e complessa avviata negli anni Cinquanta del secolo scorso. La sua realizzazione rappresentò il punto di arrivo di una lunga pianificazione urbanistica iniziata sin dai primi Anni Trenta quando Benito Mussolini decise di espandere Roma verso il mare ideando la “via Imperiale”: una grande arteria a due carreggiate e doppia corsia, inserita nel Piano Regolatore del 1931.
La via, partendo dalla passeggiata archeologica presso le Terme di Caracalla, doveva giungere fino a Ostia Castel Fusano. Nell’intento del capo del Governo c’era anche quello di collegare il Lido di Ostia al nuovo quartiere dell’Eur, progettato per accogliere l’Esposizione Universale che nel 1942 si sarebbe dovuta svolgere a Roma, ma che, come noto, lo scoppio della Guerra non rese possibile. Il Piano del ’31 – seguito da quello particolareggiato del 1931-1936 – prevedeva che il Lido diventasse un nuovo e moderno quartiere di Roma dotato di tutti i servizi necessari affinché fosse abitato tutto l’anno ed entrasse in tal modo a far parte della Capitale. Pertanto era necessario «prolungare il Lungomare al lido di Roma lungo la Pineta di Castel Fusano fino all’incrocio con la via Imperiale», come si legge in una nota ufficiale del Governatorato, del 15 agosto 1939. Quindi gli assi di Ostia diventarono due: la via Ostiense attorno alla quale si andava sviluppando il centro abitato e la via Imperiale, nuovo limite dello stesso. Così venne abbandonata l’idea del fondatore di Ostia, il senatore Paolo Orlando (1858-1943), che all’inizio del XX secolo aveva avviato l’ambizioso programma di ‘rinnovamento’ del Lido, destinandolo a «ridente borgata marittima» 1 . Nel 1938 fu avviata la costruzione della nuova strada – all’epoca la più grande d’Europa - che però, per lo scoppio del conflitto mondiale, venne completata solo nel 1954, anno in cui fu intitolata a Cristoforo Colombo.
Nei primi anni Cinquanta quindi, in vista dell’apertura del lungo rettilineo, si progettò anche la parte finale di questa via di comunicazione: una grande terrazza che dava sul mare costituita da un enorme piazzale con rotonda centrale di circa 4000 mq di superficie. Sulla terrazza sarebbe dovuta essere posta una “fontana artistica”, scelta tra quelle dismesse depositate nei magazzini della Ripartizione X Antichità e Belle Arti, progetto che non si concretizzò. Infatti, i documenti, rinvenuti presso l’Archivio Storico Capitolino, svelano che il progetto di abbellimento della “rotonda” ha avuto un percorso “accidentato”, con ben due fasi distinte di lavorazione: in un primo periodo la realizzazione del piazzale coi segni zodiacali, poi la costruzione della fontana. Tra il 1953 e il 1955, uno scambio di lettere tra i diversi Uffici comunali coinvolti nel progetto (A.C.E.A., Ripartizioni VI, X e XIII, Assessorato preposto alle Municipalizzazioni e SS.TT.), rivelano intenzioni contrastanti circa la volontà di costruire una fontana in loco. Il 26 marzo 1953 l’A.C.E.A. (Azienda Comunale Elettricità ed Acque) comunicò alla Ripartizione X che, «in occasione dell’inaugurazione del nuovo Acquedotto del Lido di Roma, alimentato con acqua del Peschiera, si doveva provvedere per incarico della Amministrazione Comunale alla costruzione di una fontana artistica al Lido, in Piazzale Cristoforo Colombo». A tal proposito si «chiedeva di conoscere quale fontana artistica depositata nei magazzini comunali» fosse adeguata allo scopo, e si allegava uno schizzo quotato dell’area . La Ripartizione X rispose all’A.C.E.A. il luglio successivo che «nessuna delle fontane artistiche demolite esistenti nei magazzini può ritenersi adatta» e consigliava, inoltre, considerata la posizione del piazzale di fronte al mare, di non eseguire una fontana isolata. Nella nota si riferiva anche che si era a conoscenza che l’Ufficio Tecnico della Ripartizione Lido stava predisponendo il progetto. Nelle successive comunicazioni formali, tra il mese di luglio e agosto del 1953, entrambe le Ripartizioni coinvolte, X e VI, suggerirono l’opportunità di bandire un concorso pubblico: in particolare, la Ripartizione VI, specificava che la competenza della scelta «fra noti artisti romani» doveva essere della ‘Sovrintendenza’ di allora. A tale richiesta, la Ripartizione XIII, rispose: «la Direzione Tecnica non ha ritenuto utile inserire nel progetto esecutivo le fontane decorative ai lati delle scale, in un primo tempo previsto, e ciò per ragioni tecniche ed economiche». Esclusa quindi la costruzione di fontane, si proseguì con la realizzazione del piazzale che avvenne in due tempi distinti. In data 26 giugno 1951 la Giunta Municipale sottopose al Consiglio Comunale la Delibera n. 978 - “Costruzione della terrazza a mare antistante il piazzale Cristoforo Colombo” - sulla base della seguente premessa: «il Litorale di Castel Fusano, al Lido di Ostia, va rapidamente sviluppandosi con il sorgere di moderni e importanti stabilimenti balneari e che, data l’imminente attivazione della quarta stazione ferroviaria litoranea, si rende ormai urgente e necessario provvedere alla sistemazione della zona terminale del grandioso viale Cristoforo Colombo (già via Imperiale), secondo quanto previsto dal piano particolareggiato predisposto per la località». Successivamente alla pubblicazione del bando, dopo due licitazioni andate deserte, a seguito della Delibera n. 1839 del 7 maggio 1952, si rese ancora «necessario provvedere alla definitiva sistemazione del piazzale» affidando l’appalto a un’impresa specializzata nella realizzazione di grandi opere pubbliche. Per questo, con trattativa privata, venne scelta la ditta di Calantoni Arnaldo - molto attiva sul territorio romano negli anni Cinquanta - che, in data 8 gennaio 1953, firmò il Contratto di Servizio con il Comune di Roma per l’affidamento di un “Appalto dei lavori per la costruzione della terrazza a mare antistante il piazzale Cristoforo Colombo al Lido di Ostia, suddiviso in due lotti”. Il primo comprendeva: opere murarie, fognatura, il rilevato, il marciapiede e la gradinata (verbale di consegna datato 26 gennaio 1953). Il secondo lotto, consegnato il 25 luglio 1953, che riguardava il piazzale includeva: «opere in travertino per fare pavimenti e recinzioni, opere in marmo per pannelli e mosaico». L’esecuzione dei lavori, però, non fu consequenziale: una serie di documenti allegati al Verbale di collaudo dell’opera del 7 maggio 1956 (inviato dalla Ripartizione V Divisione Strade e Ponti, Roma Sud, alla Divisione I) rivelano che essi vennero interrotti e che fu concordata anche una variante del prezzo. Pertanto in data 16 marzo 1953 venne effettuata una perizia suppletiva che stabilì, come nuovo termine utile per completare l’opera, il 15 dicembre 1954 con collaudo dopo un anno, in quanto si ravvisò «l’opportunità di arretrare l’accesso della terrazza rispetto al filo stradale e di sollevare la quota di pavimentazione onde ottenere una più completa visuale panoramica». I lavori vennero quindi sospesi il 18 novembre 1953 – come si legge nel verbale di riferimento - per apportare una variante finalizzata a rendere esteticamente più gradevole il luogo ma anche per studiare un sistema migliore di smaltimento delle acque pluviali. Si stabilì dunque, come evidenziato nella Relazione della Ripartizione V (Divisione Lido del 16 marzo 1953) un “Nuovo prezzo per la fornitura di lastre di pietra di Bagnoregio nei lavori della pavimentazione della terrazza a mare antistante il piazzale Cristoforo Colombo al Lido di Roma” per «migliorare l’estetica architettonica della pavimentazione della terrazza a mare apportando la variante delle fasce e bordure in lastre di pietra di Bagnoregio anziché in travertino onde realizzare con il colore bruno di detto materiale un maggiore risalto congiunto ad un notevole effetto decorativo dei motivi della pavimentazione sul campo chiaro del lastrame di travertino lavorato; ad opera incerta». I lavori ripresero il 16 luglio 1954 e ultimati il 15 dicembre dello stesso anno, come confermato dal Direttore dei lavori nella relazione finale del 12 ottobre 195514 . Pur non avendo trovato riscontro sull’autore dei mosaici del piazzale, si ha certezza che la «fornitura e collocazione in opera di pannelli a mosaico o a intarsi in travertino di Bagnoregio con figurazioni dello zodiaco» venne effettuata dell’Impresa Colantoni (intervento documentato nel “Registro di contabilità” della stessa ditta, in data 29 ottobre 1953). Oltre ai segni dello Zodiaco, al centro del piazzale, venne rappresentata l’immagine della rosa dei venti che, a seguito del sovrapposizionamento della fontana, sparì. Tale simbolo, infatti, appare disegnato a matita nel progetto grafico del piazzale. Ultimato il piazzale, nell’aprile 1955, venne firmato un secondo contratto con l’Impresa Colantoni Arnaldo: “Appalto dei lavori per la pavimentazione del marciapiede antistante la terrazza a mare sita al piazzale Cristoforo Colombo al Lido di Ostia”. Il Capitolato, allegato all’atto, fornisce informazioni tecniche dettagliate circa l’esecuzione dei lavori elencando, in termini di costi, gli interventi da eseguire e i materiali scelti, gli stessi utilizzati anche per il piazzale pavimentato (pezzame di travertino e basaltina). Finalmente il 2 maggio 1955 anche il marciapiede venne portato a termine. Nell’agosto successivo, la rivista del Governatorato Capitolium dedicò un articolo alla nuova costruzione definendola «l'opera pubblica più notevole del nuovo centro balneare di levante» e così descriveva il piazzale: «una pavimentazione in travertino, decorata da grandi liste geometriche e dalla raffigurazione delle 12 costellazioni dello Zodiaco in pietra nera di Bagnoregio». Al centro della rotonda, contornata dai segni zodiacali, faceva bella mostra di sé una rosa dei venti, di cui rimangono 8 vertici.
Non avendo rintracciato alcuna documentazione in merito, unico riferimento possibile è quello stilistico che rimanda ai mosaici in bianco e nero di età imperiale presenti negli scavi di Ostia Antica, e che avevano un precedente nei graffiti che decorano l’ex Palazzetto del Governatorato di Ostia (oggi sede del Municipio X) affidati al prof. Umberto Calzolari dal progettista e architetto Vincenzo Fasolo. Come si evince da quanto fin qui detto, la costruzione della fontana avvenne in un secondo tempo, non troppo distante, anche con funzione di serbatoio di riserva per l’impianto antincendio a servizio delle aree verdi del vicino Parco di Castel Fusano: era costituita da due vasche circolari concentriche, realizzate in muratura di mattoni, rivestite in cemento. «Si era pensato di creare una fontana la cui vasca consentisse un accumulo d’acqua capace di sopperire allo scopo originario», con un serbatoio di circa cento metri cubi di capacità, alimentato mediante un pozzo artesiano da trecento litri al minuto. A causa delle esigue risorse finanziare, si riuscì a realizzare un’opera modesta, almeno per quanto riguarda la struttura architettonica, utilizzando anche materiali di recupero. Infatti, il 4 novembre 1957 - come riportano i quotidiani dell’epoca - la fontana del “Belvedere di Ostia”, venne inaugurata alla presenza del Sindaco di Roma, Umberto Tupini, di fronte a un pubblico stupito e plaudente «quando il primo zampillo si è innalzato per oltre 20 metri verso il cielo», insieme a musiche e luci. Gli effetti luminosi erano ottenuti mediante 100 lampade, con potenza fino a 500 W, nascoste nelle nicchie delle vasche, mentre il circuito idrico funzionava con l’ausilio di quattro ugelli rotativi che si attivavano con un comando idraulico (l’incarico di realizzare l’impianto di illuminazione era stato affidato all’A.C.E.A. ). Un progetto avveniristico, ideato dall’ingegnere comunale Mario Ferrero, che permetteva di aumentare e diminuire il getto d’acqua a seconda delle circostanze: poteva raggiungere i 25 metri di altezza, creare effetti luminosi spettacolari con cinque variazioni di colore, con accompagnamento di un sottofondo sonoro. Era un sistema talmente complesso da gestire, da richiedere una vera e propria regia guidata da una tastiera provvista di trenta comandi (poteva essere telecomandato a distanza, dall’abitazione dell’ingegnere che la ideò, non lontano dalla piazza stessa). Doveva essere un sistema permanente e radiocomandato, anche dal pubblico che, tramite una gettoniera a pagamento, avrebbe potuto creare effetti sonori e luminosi a proprio piacimento. Purtroppo però, alla morte improvvisa dell’Ingegnere nel 1963, non si trovò un successore che si prendesse cura del complesso meccanismo e la fontana cessò di brillare. Diversi tecnici provarono a farla funzionare, ma nessuno ci riuscì, così «è rimasta senza acqua, senza luci e senza musica». Tuttavia, cinque anni dopo la morte dell’ideatore della fontana, il Comune decise di ripristinare gli impianti luminosi ed elettrici dando l’incarico all’A.C.E.A. Nell’ottobre 1968, con questo scopo, venne redatto un progetto per la «Nuova sistemazione dell’impianto» volto a ridimensionare il suo funzionamento che prevedeva l’eliminazione del telecomando. La fontana riprese a vivere. Di lì a poco però, nel periodo dell’austerity, tutti gli impianti di illuminazione artistica della capitale – e non solo - vennero spenti per motivi economici, quindi anche la fontana di Ostia rimase oscurata per un lungo periodo. Come racconta un testimone dell’epoca, Pietro Stocchi (Perito tecnico dell’A.C.E.A., progettista responsabile dell’illuminazione pubblica, monumenti e fontane artistiche tra il 1980 e il 1990), la fontana tornò di nuovo a diffondere luce a metà degli anni Ottanta. Con l’intento anche di diminuire il consumo energetico, in base alle nuove normative introdotte, venne ridotto il numero di fari subacquei (che da 100 passarono a 20) e sostituiti con quelli a basso consumo, orientati in modo da dare risalto ai getti d’acqua che si intrecciavano a forma di campana assieme allo zampillo centrale. Le lampade, inoltre, erano collegate al sistema di illuminazione pubblica stradale, mediante un timer che le teneva accese ogni sera, per sei ore. Successivamente a questa importante opera di riqualificazione, l’impianto idrico è stato ripristinato più volte, mentre la pavimentazione, i cui materiali nel corso del tempo si erano notevolmente deteriorati, hanno subito diversi interventi di restauro, tra cui i più significativi, effettuati dal Municipio e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali nel 1993, nel 2001 e nel 2005. La fontana ha cessato di funzionare definitivamente circa 10 anni fa, con conseguente interruzione dell’accessibilità dell’area per questioni di sicurezza. Nel corso degli anni, infatti, i fenomeni di degrado si sono ulteriormente accentuati sull’intera superfice della pavimentazione, in particolare sulla decorazione a mosaico, interessando inoltre la balaustra che la circoscrive. La fontana e la pavimentazione con i segni zodiacali sono state oggetto di diversi interventi di manutenzione nel tempo. Nel primo, risalente al 1993 a cura dell’Ufficio Tecnico della XIII Circoscrizione, è stata incaricata dei lavori la ditta M. Bigelli. L’intervento è consistito nel ripristino della fatiscente balaustra, nel rifacimento della scalinata di accesso e dell’intonaco delle due vasche, nella ripresa della pavimentazione della rotonda e dell’area antistante, nell’integrazione delle porzioni mancanti di due segni dello Zodiaco (probabilmente Cancro e Leone). Inoltre è stata installata una rampa di accesso alla “rotonda” per persone con disabilità. Con il secondo intervento, avvenuto a cura del Dipartimento XII di concerto con la U.O. Monumenti Medievali e Moderni della Sovrintendenza Capitolina, ed eseguito nell’aprile-giugno 2001 dal consorzio Restaurea e dall’impresa D’Ortensi, sono state effettuate diverse operazioni per recuperare alcune zone del mosaico che si presentavano in un avanzato stato di degrado. Nello specifico si è proceduto al consolidamento dei vari segni per la presenza di fenomeni di scagliatura e di fessurazione, e alla tassellatura del Capricorno, Sagittario e Ariete che risultavano mancanti di estese porzioni di basaltina, mentre, dal segno zodiacale dell’Acquario, sono state rimosse le sedimentazioni calcaree. Nel dettaglio le operazioni eseguite sono state le seguenti: bendaggio temporaneo delle aree in fase di distacco, pulitura di tutte le superfici, consolidamento in profondità con malte idrauliche e pozzolana/cocciopesto superventilati, integrazione delle parti mancanti in basaltina previa pulizia delle zone per il nuovo allettamento della tassellatura, rimozione delle stuccature inidonee, microstuccatura e stuccatura delle lacune e dei giunti, applicazione di un protettivo superficiale. In quella circostanza è stata effettuata anche la ripresa e la tinteggiatura del bacino più interno della fontana in cemento. Nel marzo del 2005 un nuovo progetto di manutenzione, sempre a cura della U.O. Monumenti Medievali e Moderni della Sovrintendenza, ha interessato ampie porzioni di alcuni segni zodiacali risanando anche alcune parti della pavimentazione in travertino. In particolare è stata ripristinata la tassellatura di tutta la parte anteriore del Toro, che era andata totalmente perduta, rimosse le stuccature inidonee quindi si è proceduto al loro rifacimento. Da ultimo, sono state realizzate delle stuccature tra basaltina e travertino di molti segni con malte fibrorinforzate, dopodiché sono stati consolidati in profondità, con resina epossidica, i segni del Sagittario, della Bilancia e del Leone che presentavano dei rigonfiamenti. 

(dalla Relazione a cura della Soprintendenza ai Beni Culturali in conferenza di servizi)



lunedì 19 aprile 2021

"OSTIA CRIMINALE": 77 MINUTI DI SMORFIA

Non è il movimento (politico) del '77. Assomiglia di più all 77 della smorfia napoletana indicante le gambe delle donne e dunque il demone. 77 minuti è la durata di "un documentario che racconta una storia vera" - così lo definisce la produzione - un numero palindromo, peccato che non lo sia il docufilm, così come non è un "documentario di inchiesta". Tutte cose vecchie almeno di 20 anni, come ben ha ricordato Giulio Mancini in questo articolo (*). Una voce autorevole come quella di Antonio Del Greco ha impiegato meno di 7 secondi, definendolo "imbarazzante" (**).
Per smontare un falso teorema ci vuole molto tempo. Se hanno impiegato 77 minuti per montarlo, come minimo ce ne vogliono 777 per smontarlo , cioè 12,95 ore, improponibile su un post su fb.
Provo in 7 minuti ad evidenziare uno dei punti che salta subito agli occhi: come hanno potuto due persone come il Comandante della Mobile di Roma Luigi Silipo e il Colonnello Pasqualino Toscani dell'Arma dei Carabinieri essere affiancati in un film da persone le cui "parole più preziose", non mi pare che "arrivano dalle testimonianze di colore che, sfidando il potere aberrante delle mafie, hanno aiutato a combatterle nel nome della giustizia e della libertà"?
Lo chiedo perché il "documentario di inchiesta" è firmato dal giornalista Daniele Auteri che il 16 ottobre ha scritto una recensione di 3 pagine sul film "Punta Sacra" (che riporto nei commenti al post), in concorso al festival del cinema di Roma, per Venerdì di Repubblica, girato all'Idroscalo di Ostia, che così descrive: "è rimasto sempre ai margini delle grande inchieste giudiziarie che hanno sgominato le mafie di Ostia ... lontani anni luce da quei clan ... che hanno messo Ostia sulle mappe del crimine organizzato". Eppure nel suo film le immagini sull'Idroscalo sono tantissime e sparse ovunque, spesso scollegate con la narrazione e che dice l'opposto di quanto lo stesso Autieri ha scritto pochi mesi dopo le riprese del suo docufilm, anche lui in concorso al festival.
Come è stato possibile che
Daniele Autieri
non sapesse che <<con determinazione dirigenziale n. 302 del 18.06.2010 il Comune di Roma disponeva lo sgombero dell’alloggio sito in via Antonio Forni n. 22 occupato da Silvano Spada. Il 24 giugno agenti della Polizia municipale arrivati sul posto circa alle 8.30, supportati da Polizia e Carabinieri, bloccavano l’entrata del palazzo. Due ore dopo, alle 10.30, una decina di persone tentavano di varcare il cordone per salire nell’appartamento al secondo piano ma venivano respinte a forza ottenendo comunque una proroga di 15 giorni dello sfratto. Tra queste persone, oltre a Massimiliano Spada (fratello di Silvano) anche S.G., segretaria (dal 2006 al 2015) della sede del PD di via Forni 16, sede chiusa per morosità per non aver mai pagato l’affitto al Comune di Roma. Una sede che invece, secondo i collaboratori di giustizia, avrebbe regolarmente pagato per anni il ‘pizzo’ al clan Baficchio, rivali degli Spada (come riportato dalla Procura di Roma). Secondo la versione di S.G., rilasciata alla stampa, Silvano Spada aveva sempre vissuto lì, prima con la nonna (che era l’assegnataria della casa) e poi, dopo la morte della nonna, con sua figlia.
S.G. con l’avvocato L. I. utilizzò a quel tempo i 15 giorni di proroga dello sfratto per fare ricorso al TAR che però il 15 settembre 2010 (n.04018/2010 Reg.Ord.Sosp.) respinse la domanda incidentale di sospensione dello sfratto ritenendo che non vi fossero "gli elementi per ritenere che il ricorrente (Silvano Spada) facesse parte del nucleo familiare dell’assegnataria (la nonna)".
Non si ha notizia di cosa abbia in seguito deciso il TAR, fatto sta che quando il 9 ottobre 2018 (8 anni dopo) spararono al portoncino della casa di Silvano Spada l’indirizzo era sempre quello: via Forni 22. Una casa occupata abusivamente come ha raccontato la stampa: "maxi blitz in stile militare a Ostia per lo sgombero di un’altra casa popolare occupata abusivamente dagli Spada (dopo quello di giovedì scorso). A vivere indisturbati nell’abitazione erano la compagna e i figli di Silvano Spada, attualmente in carcere. Oltre 150 agenti del Corpo di polizia locale di Roma Capitale sono intervenuti in via Forni 22, a Ostia, per il recupero della casa popolare illecitamente occupata".
Questo faceva il circolo PD di via Forni che ad Ostia è chiamata dai residenti la ‘vietta’. In realtà è stata lo stradone della droga: rendeva fino a 15.000 euro al giorno, con tanto di dosi passate dai balconi agli spacciatori. A gestirla per molto tempo, affinchè tutto fosse tranquillo, Michael Cardoni oggi con Tamara Ianni (sua moglie) le fonti ritenute più attendibili da parte della Procura di Roma nel processo contro il clan Spada. Michael Cardoni per quel lavoro percepiva 200 euro al giorno fino a quando non venne ucciso a novembre 2011 il cugino di suo padre, Giovanni Galleoni, capo indiscusso del clan Baficchio, rivale degli Spada. Era di Giovanni Galleoni la palestra abusivamente occupata in via Forni 41-47 poi diventata degli Spada e fatta chiudere sotto Marino. Su via Forni al numero 16 c’era sempre stato il circolo del PD (chiuso il 19 maggio del 2015 per occupazione abusiva) e anche, dal 2005, al civico 39, lo sportello della Romeo Gestioni (davanti alla sede del PD, sul lato opposto) come punto di contatto per le 1042 famiglie delle case Armellini.
Non solo gli Spada furono aiutati dal PD ad occupare le case ma anche i ‘Baficchio’.
Dalle parole di Tamara Ianni, la collaboratrice di giustizia che ha denunciato il clan Spada, emerge il ruolo della ex sede del PD di via Antonio Forni a Nuova Ostia (la ‘vietta’). La sede, che non ha mai pagato per oltre 20 anni un euro al Comune occupando un alloggio che però il Comune pagava al gruppo Armellini, aiutava a ‘regolarizzare’ le occupazioni abusive collegate anche alla criminalità locale. Ciò si evince appunto dalla testimonianza di Tamara Ianni, la moglie di Michael Cardoni, figlio di Massimo a sua volta cugino di Giovanni Galleoni, quest’ultimo noto come «Baficchio» e considerato uno dei discendenti della Banda della Magliana (ucciso a Ostia nel 2011, inizio della predominanza del clan Spada). Galleoni aveva un 'libro mastro' (mai ritrovato) in cui annotava i propri proventi illeciti: pizzo, estorsioni, usura etc. Secondo i collaboratori di giustizia e la magistratura inquirente, anche la sede PD di via Antonio Forni pagava il pizzo. Per le case, il gioco allora era facile. Bastava occupare abusivamente una casa popolare, autodenunciarsi al Comune di Roma (lo sportello della Romeo era in via Forni, davanti alla sede del PD) e attendere l'arrivo dei vigili che prendevano atto dell'occupazione. Eletta la residenza in quella casa, si iniziava a pagare al Comune una indennità di occupazione per poi presentare una istanza di assegnazione della casa occupata grazie agli avvocati messi a 'disposizione' dal PD. Il Comune di Roma, con proprio ufficio, si occupava poi dell'istruttoria delle domande di regolarizzazione delle occupazioni abusive di questi alloggi di edilizia residenziale pubblica. Un metodo semplice e redditizio dal quale scaturivano centinaia di voti per il PD di Ostia>> (***)
Ma lo sa Autieri, ad esempio, che S.G. lavora dall'anno prima delle riprese del suo docufilm come segretaria presso uno stabilimento balneare di Ostia che nel film sono definiti mafiosi? Mi fermo qui per oggi.
Se fai un'inchiesta dovresti sapere queste cose e molte, molte altre verità, che ad Ostia conoscono tutti.
"Imbarazzante" per le persone per bene delle forze dell'ordine. Perché non posso credere che ad esempio il Colonnello Toscani si sarebbe prestato ad una cosa simile.
(segue)
Ma la domanda più importante è un'altra: a chi giova questa sceneggiatura?

mercoledì 14 aprile 2021

'SPACCIOARTE' E L'ASINO BENDATO

 

Solo amarezza a Nuova Ostia nel vedere un pullman verde girare in tondo per due ore sull'asfalto dissestato di piazza Gasparri, come un asino bendato alla mola. Attorno saracinesche abbassate da anni, tetti d’amianto e palazzi che cadono a pezzi, dove oltre 5.000 persone in fragilità sono sotto sgombero per uno dei più grandi scandali di Roma Capitale.

Affermare che l’asino bendato che raglia stornelli intonati sia un “messaggio forte e decisivo nella lotta a qualsiasi forma di illegalità … e sia il rilancio e il riscatto delle periferie” rende plastiche le parole di Thomas Reid, “non esiste più grande impedimento per l’avanzare della conoscenza che l’ambiguità delle parole”.

A Roma il tema casa è legato a doppia maglia a quello della legalità.

Un asino bendato, e per questo ‘scortato’ dalle forze dell'ordine, è apparso come un’orrenda operazione muscolare travestita da arte, un’applicazione selettiva, parziale e distratta della legalità.

Decenni di abbandono delle periferie non hanno generato un nuovo pensiero che ne chieda davvero il riscatto sociale in un quadro di ripristino della legalità a partire da chi la dovrebbe rappresentare.

La città ha bisogno di costruire, con il coinvolgimento pieno degli abitanti, un progetto di recupero sociale e fisico delle periferie per trasformarle radicalmente e in cui tutti, nessuno escluso, è chiamato a partecipare e a discutere. La buona cultura è l’unica via verso la buona politica.

E proprio perché la legalità è una cosa seria non può essere ridotta né a questioni meramente di ordine pubblico, né ad esibizioni folkloristiche o sedicenti operazioni di decoro spacciate per riqualificazione urbana. Richiede una strategia complessiva, che va dagli interventi sociali all’integrazione culturale e politica. Questa è la via maestra verso una sicurezza che non smantelli le garanzie, ma le faccia penetrare più profondamente nel tessuto cittadino, se questo era l’obiettivo.

Un’iniziativa come “Spaccio Arte” appare così solo una esibizione dello “zelo dei giusti” accecando qualunque approfondimento e dibattito politico. Una rappresentazione autocelebrativa di un sedicente primato morale, che riduce una questione complessa ad uno scontro bipolare che assume tratti classisti, nell’intento fallimentare di generare nei destinatari un obbligo morale ad aderirvi, per certificare la propria appartenenza alla schiera dei migliori e finendo per amplificare archetipi ancestrali e radicati.

La “periferia” è la città, che condivide con civiltà il medesimo etimo (civitas), “la villa (cascina, podere e, per sineddoche, la campagna tutta) partorisce non solo il villico, ma anche il villano e l'inglese villain, cioè l'antagonista, il malvagio, l'irredimibile cattivo delle fiabe”, una narrazione tra le più semplicistiche, banali e scontate di una politica non più presente a se stessa.

L’obiettivo non era neppure quello di misurare la qualità della “gente” meritevole  perché diligentemente plaudente. Anzi, il flop inevitabile serviva a rafforzare la narrazione di una periferia omertosa e pertanto silente. Non c’era dunque alcuna speranza di “riscatto” per quella “piazza dello spaccio”.  E se i residenti avessero gettato pomodori dalla finestra e gridato ‘vergogna che ci fate vivere in queste condizioni abitative’ avrebbero confermato comunque la narrazione che li vuole mafiosi e violenti.

Il politico buono non è quello onesto e il popolo buono non è quello che fa i compiti a casa senza interrogarsi sulla bontà del progetto politico sotteso.

Quell'asino bendato che si aggira nelle piazze di spaccio non dovrebbe stornellare, ma essere un urlo dionisiaco.

Confondere il proprio ruolo politico travestendosi da vigile di quartiere canterino per due ore ha sancito il fallimento delle politiche di controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine e quello politico da parte dell’amministrazione, in cui permangono le condizioni politiche che ostacolano l'adesione alla legalità.

L’iniziativa non è riuscita nemmeno ad essere una valvola di sfogo simbolica e mutilata in tempi pandemici così difficili, ancora più difficili nelle “periferie”, e nemmeno è riuscita ad allestire nel virtuale la sceneggiatura di uno spazio pubblico verosimile e sempre deformabile a comando.

Questa idea di ‘spacciare’ arte su un mezzo dell’ATAC (scopiazzata malamente da altri) risponde ad una delle regole fondamentali dell'insiemistica, non si può salvare qualcuno condannando tutti. E quella piazza era già condannata. Per altro tradisce l'illusione di superare la fatica del confronto e della riflessione politica per agganciarsi a un principio insindacabile, incorruttibile e superiore, cioè quella del politico buono perché onesto. La “cosa giusta” infatti non è discutibile, non è opinabile, non si può parlarne, non la si può dibattere, non la si può criticare. Se lo si fa si diventa nemici del “giusto” e quindi malvagi, criminali, fiancheggiatori. Si può solo tacere portando la croce dell’omertoso.

E come gli antichi monarchi, le ‘autorità’ presenti, come un codazzo ad un funerale, si sono  ingraziate l’appoggio dell' ‘autorità’ religiosa per accreditare i propri messaggi. E così abbiamo visto il prete accanto alle ‘autorità’, ma non quello di Santa Monica, bensì di San Basilio.

Così è, se vi pare.

lunedì 29 marzo 2021

SKATEPARK DI OSTIA: "NON POTRÀ OSPITARE GARE INTERNAZIONALI"

LO SKATE PARK COME IL POLO NATATORIO DEI MONDIALI DI NUOTO ROMA '09?

All'ottimo articolo di Mirko Polisano aggiungiamo le seguenti informazioni. 21 dicembre 2020, comunicato della FISR – Federazione Italiana Sport Rotellistici (*): falsa l’affermazione che “la struttura nasce su terreni confiscati alla malavita”.
Lo skatepark nasce con un investimento di 650mila euro per realizzare un impianto sportivo in cemento armato utilizzando i fondi per la manutenzione stradale. L’Amministrazione ad oggi non ha ancora chiarito se l’area dello skatepark (particella 2803) sia sua o dell’Agenzia del Demanio (cosa che impedirebbe di affidare lo skatepark in concessione) e il Dipartimento di Urbanistica non ha ancora terminato, dopo mesi, la verifica per spiegare come sia stato possibile che un’area a verde (inserita come opera pubblica nel piano di riqualificazione urbana di Ostia negli anni 2000, pagata dal Comune di Roma 320mila euro), sia stata cancellata dal progetto dello skatepark configurando un presunto danno erariale.  
Inoltre, non esistono riscontri nei documenti pubblici che lo skatepark sia stato “progettato sulla base delle indicazioni fornite dall’Ufficio Impianti federali”, come affermato dalla FISR. La frase era già stata pronunciata in un comunicato del 25 ottobre 2019 (**):  “La FISR ha messo a disposizione dell’amministrazione comunale e dei progettisti il suo know-how, con preziosi suggerimenti finalizzati alla migliore realizzazione dello skatepark ed alla successiva omologazione nazionale ed internazionale che avverrà a completamento dell’impianto”.

Infatti, il termine per la presentazioni delle offerte al bando skatepark era fissato al 18 Aprile 2019. Gli elaborati presentati sono datati 3 aprile 2019. La prima pietra viene posata il 18 ottobre 2019 (ben due volte in pochi giorni dalla Sindaca Virginia Raggi e poi dal consigliere regionale del M5S Roberta Lombardi). Dunque antecedentemente al “Regolamento e Procedure di omologazione degli impianti a seguito di Delibera del Consiglio Federale n°171 del 22 novembre 2019 e delibera della Giunta Nazionale CONI n° 22 del 27 gennaio 2020. In nessun documento pubblico mai viene fatto alcun riferimento a varianti al progetto.
Il progetto esecutivo è stato eseguito dalla ditta Lotti & Partners Studio Tecnico Associato di Ravenna e mai nella relazione tecnica si fa riferimento a “indicazioni fornite dall’Ufficio Impianti federali”, ma viene suggerito a pag. 6 della Relazione Tecnica genericamente che “E’ buona norma, inoltre, coinvolgere e chiedere un parere alla Federazione Italiana Sport Rotellistici, in base al vigente regolamento FISR (che ancora non era stato approvato), per l’omologazione dell’impianto destinato allo svolgimento di competizioni regionali e/o nazionali di Skateboard”. Dunque, regionali e/o nazionali. 

Fermo restando che l’attuale Regolamento prevede che “Per strutture già realizzate o in corso di realizzazione” - come in questo caso n.d.r. – “prima della data del presente regolamento, laddove l’operatività dello skatepark risulti particolarmente importante per lo svolgimento dell’attività Federale, a discrezione della FISR, è ammessa l’omologazione in deroga di skatepark aventi caratteristiche difformi (es. superfici minori di quanto riportato nella presente norma, ridotta o assente dotazione di servizi, ecc.)”, non si comprende come si possa parlare da mesi di un impianto realizzato per essere “uno dei più importanti skate d’Europa” e che “ospiterà manifestazioni e gare internazionali” (come affermato in motissime comunicazioni da parte dell’amministrazione pentastellata), ma soprattutto perché il regolamento FISR è chiaro “Gli impianti di nuova realizzazione devono essere conformi a TUTTI i dettami normativi del presente regolamento” per ricevere l’omologazione della FISR ad ospitare gare di livello nazionale, mente per quelle internazionali bisogna attenersi al regolamento World Skate.

Inoltre, al punto 4.2 del Regolamento FISR si legge: “L’impianto deve essere recintato e provvisto di ingressi controllabili”. Tant’è che nel computo metrico presentato il 3 aprile 2019 dalla Lotti Associati & Partners è prevista la voce 46 (a pag. 8) “Fornitura e messa in opera di recinzione di produzione industriale, tipo Acumina”, per un importo totale di 47.434 euro. Nonostante ciò il 28 dicembre 2020 esce la determina dirigenziale 3065 del Municipio X che testualmente scrive: “È sorta la nuova necessità, anche a salvaguardia del bene pubblico realizzato e inventariato al Patrimonio di Roma Capitale, di affidare in gestione a terzi l’impianto. Ciò comporta la necessaria realizzazione di opere di completamento, non previste nel contratto originale volte alla recinzione dell’area per garantire un controllo degli accessi ed evitare il danneggiamento delle opere, oltre che opere di rifinitura generale”.  Peccato che il bando pubblico per l’assegnazione in concessione dello skatepark sia del 30 ottobre 2020, dunque antecedente alla determina dirigenziale, per cui non si capisce perché a fine dicembre sia sorta una “nuova” necessità e peccato anche che fossero stati stanziati più di 43mila euro ma il nuovo bando ne stanzia 163mila, cioè quasi 4 volte tanto. Coincidenze il fatto che sia esattamente il valore dell’importo a ribasso d’asta che la Cooperativa C.E.V. CONSORZIO EDILI VENETI aveva applicato e con cui ha vinto il bando il 3 luglio 2019? 
Per altro, a pag.6  della Relazione Tecnica della Lotti Associati & Partners è scritto: “Vista la tipologia e le caratteristiche dell’impianto è consigliabile che la struttura risulti gestita, questa scelta è facilmente percorribile in quanto è prevista anche la costruzione di una recinzione perimetrale con accesso”.

Altra questione. Punto 4.1 del Regolamento FISR: “L’impianto dovrebbe essere facilmente raggiungibile con mezzi pubblici e/o privati dalle diverse categorie di utenti (atleti, pubblico, ecc.), secondo un piano che tenga conto della viabilità locale, dei regolamenti urbani e delle abitudini locali. In relazione a ciò è necessario che, in prossimità dell’impianto, siano presenti aree di sosta disponibili, di estensione adeguata al numero di spettatori, operatori ed atleti previsti nella manifestazione. Dovranno essere previste aree di parcheggio riservate ai disabili, conformi alle vigenti norme relative all’abbattimento delle barriere architettoniche”. Su questo punto nella Relazione Tecnica presentata dalla Lotti Associati & Partners al punto 2 (pag.2) si legge: “Si è proceduto alla valutazione in modo approfondito di tutti gli aspetti legati al territorio dell’area che ospiterà lo skatepark, quali: 
- Accessibilità dell’impianto con vicinanze a parcheggi o fermate di linee di trasporto pubblico, vialetti pedonali e ciclabili di collegamento esistenti”. 
Non viene aggiunto altro, non si specificano parametri, non viene fornito alcun dato econometrico o dettagli della “valutazione”.  Di fatto in nessun documento presentato dalla Lotti Associati & Partners si è fatta un’analisi particellare o inquadramento urbanistico, tant’è che in nessun documento, dunque nemmeno nelle Tavole del progetto esecutivo che fanno fede, non c’è alcun riferimento urbanistico (foglio, mappale, particella) mentre ci sono anche grossolani errori di perimetrazione dell’area.
 
Per una gara di livello nazionale il regolamento FISR specifica che “l’impianto per la competizione deve essere dotato di spazi, percorsi e servizi destinati a pubblico, media, ospiti e VIP conformi alle normative vigenti (in particolare al DM 18/03/96 e successive modificazioni e integrazioni), considerando anche la presenza di persone disabili. È consigliato prevedere in fase di progetto spazi idonei dove, in occasione di eventi (di qualunque livello), possano essere montate tribune temporanee e sia possibile anche la presenza di posti in piedi”. Per una gara di livello nazionale il numero minimo di spettatori, secondo regolamento FISR, è di 300. Ebbene, nel progetto l’area prevista per le tribune è fuori dalla recinzione dello skate, su una stradina pedonale che conduce al cancello della canonica della chiesa (v. foto). E’ evidente che in caso di manifestazioni sarà necessario chiudere via dell’Idroscalo. 

I parcheggi non ci sono, cioè mancano gli standard a parcheggio, tant’è che i mesi scorsi si sono tenute più commissioni per reperirli senza esito. 
   
Per quanto concerne le “ciclabili” menzionate nella Relazione Tecnica: la ciclabile disegnata su marciapiede di Via Carabelli finisce a via delle Azzorre. Non arriva in fondo a via Casana né tantomeno dietro la Chiesa di Nostra Signora di Bonaria, alle cui spalle è stato costruito lo skatepark e non c’è alcun collegamento con la sedicente pista ciclabile del Lungomare né esistono ad oggi progetti in tal senso. 
 
A Pag. 3 della Relazione Tecnica della Lotti Associati & Partners, capitolo Riferimenti Normativi: “Nello specifico del progetto è stata progettata la parte ‘Park’ con caratteristiche atte ad ospitare competizioni Nazionali mentre la parte ‘Street’ risulta un semplice impianto di esercizio per la quale si potrebbe chiedere in deroga la valutazione per ottenere parere favorevole per ospitare eventi Regionali Street”. Dunque la skatepark (bowl) non è da progetto atta ad ospitare gare internazionali e lo street al massimo potrà ospitare gare regionali chiedendo la deroga alla FISR. Questo è ribadito anche a pag. 6 della Relazione Tecnica della Lotti Associati & Partners: “Il parco si presterà inoltre ad accogliere eventi sportivi di rilevanza Nazionale, Regionale, di minore importanza, corsi e manifestazioni”. 
 
Nonostante non sia stato dato il fine lavori e dunque l’impianto dello skatepark non sia omologato né omologabile; nonostante non siano state chiarite le questioni sopraindicate da parte dell’Assessore al Patrimonio, nonché Presidente del Municipio X, Giuliana Di Pillo, e da parte del Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica, Direttore Cinzia Esposito; nonostante il cantiere si sia allacciato per l’acqua al Mercato dell’Appagliatore attraversando la strada con tanto di dosso; nonostante siano stati spacciati ‘collaudi tecnici’ che non possono essere definiti tali e con risvolti di cronaca imbarazzanti per il consigliere capitolino del M5S Paolo Ferrara (***) ; il 15 marzo 2021 è stata aggiudicata provvisoriamente l’appalto relativo al bando pubblico per l’assegnazione in concessione dell’impianto dello skatepark a William Zanchelli, Presidente della ASD Oasi Verde che è arrivato ultimo per offerta tecnica (64,00/80, contro il 71,00/80 della prima arrivata, la Roma Skateboarding ASD ) e primo per offerta economica (20/20). 

Interpellata la FISR, così risponde:



 

(*)https://www.fisr.it/news/17590-il-presidente-aracu-e-la-sindaca-raggi-alle-prove-generali-dello-skatepark-di-ostia.html?fbclid=IwAR2_YEXAhht3R-0xWZws9wbsP2G_wcgDYNoZyR7lDror8IVWNDNIU-v81x4

(**)https://www.fisr.it/news/16610-a-roma-arriva-finalmente-il-primo-vero-skatepark-della-capitale.html

(***)https://lunanuova2013.blogspot.com/2020/11/gli-amici-rollati-di-paolo-ferrara-m5s.html