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mercoledì 7 dicembre 2011

XIII Municipio: tre porcate urbanistiche in arrivo

Questa volta mi limito soltanto a scrivere che stanno andando in votazione in Campidoglio le seguenti tre proposte:

Proposta n. 53/2011. Autorizzazione all'alienazione del diritto di cubatura in capo a Roma Capitale di cui all'art. 7, comma 3 della Convenzione relativa all'ATO I 10 Riserva Verde.

Proposta n. 17/2011. Comprensorio convenzionato in zona E1 Castel Porziano Sud. Approvazione di modifiche relative alle opere di urbanizzazione, ai comparti fondiari Z32A, Z2 e Z33 e all'area a Servizi S1. (Municipio XIII).

Proposta n. 59/2011. Adozione di varianti di PRG ai Piani di Zona. B36 (Acilia Saline); C10 (Malafede).

Questa volta voglio proprio vedere politici locali e cdq locali cosa sanno fare.

Dopo questa volta, chi non avrà parlato è meglio che taccia per sempre sulle questioni urbanistiche del nostro Municipio.

Nel frattempo mi complimento per l'aprrovazione dell'I40 all'Infernetto!

giovedì 22 ottobre 2009

La disciplina sportiva del ‘lancio del mattone’

Pensavamo in tanti che il pranzo luculliano del nuovo Piano Regolatore di Roma non avesse lasciato spazio nemmeno per un caffè. Invece no. Si ricomincia con l’antipasto.
Si sa, chi fa sport ha necessità di reintegrare le calorie bruciate, sopratutto se pratica la disciplina del ‘lancio del mattone’.
Dopo le piscine per i Mondiali di Nuoto 09, arrivano gli stadi di calcio in vista degli Europei 2016. Insieme totalizzeranno un totale di cinque milioni di metri cubi di cemento sull’Agro romano. L’ Olimpico, sul quale si sono spesi e si continuano a spendere soldi pubblici, non si sa che fine farà.
Anche nel ‘lancio del mattone’ c’è bisogno dell’ ‘aiutino’ per vincere. Si chiama Crimi, un Ddl approvato all’unanimità dalla Commissione Cultura del Senato in sede deliberante, in nome della pubblica “utilità, indefferibilità e urgenza” di avere strutture più funzionali e moderne. Le squadre italiane di calcio potranno così ottenere le concessioni in affidamento diretto, senza gara e senza troppi vincoli in accordo di programma. Basterà presentare il progetto, chiudersi in una stanza e ottenere una votazione a maggioranza. Se l’Ambiente o i Beni culturali faranno storie ci penserà a rimuovere l’ostacolo, con buona probabilità, il Consiglio dei ministri. L’accordo consentirà le varianti al Piano regolatore. Tutto in nome del rilancio dell’economia delle città.
A Roma i nuovi impianti non prevedono solo lo stadio di calcio, ma residenze, uffici e negozi senza i quali l’operazione sarebbe in perdita secca. Crimi però pensa proprio a tutti. Il Coni, proprietario dell’Olimpico, potrà infatti cedere lo stadio «con affidamento diretto», con «la possibilità di un ampliamento edificatorio delle cubature che già insistono sull'area interessata». Tradotto significa ‘lancio del mattone’ in variante al Piano regolatore. E siccome Crimi è performante, sono previsti anche incentivi finanziari, un flusso di danaro straordinario al credito sportivo per concedere contributi in conto capitale sugli investimenti.
La Roma e la Lazio hanno annunciato i loro progetti per i due stadi. Il primo dovrebbe sorgere in zona Massimina, lungo l'Aurelia, sui terreni di proprietà di Scarpellini, il secondo in zona Tiberina, sui terreni di Mezzaroma a rischio idrogeologico. Il progetto della Roma prevede uno stadio di 55/60 mila posti su due livelli, infrastrutture, abitazioni e il più grande centro commerciale d'Europa. Le autorizzazioni urbanistiche non ci sono, nemmeno quella della Soprintendenza ai beni archeologici che ha dichiarato l'esistenza di una villa imperiale. Si attendono invece le tavole dell’impianto della Lazio.
Dunque anche gli ‘sport minori’ come il ‘lancio del mattone’ fanno uso di doping. Le società in crisi ottengono credito a tasso agevolato con soldi pubblici, basta esibire progetti edilizi approvati. Comune, Provincia, Regione e Governo apriranno i loro portafogli per risanare le casse private delle due società sportive. E i romani ‘si daranno all’ippica’ nell’Agro romano … quello delle cartoline di una volta.

mercoledì 7 ottobre 2009

Roberto Morassut: diamo a Cesare quel che è di Cesare.

L’urbanistica è materia bella ma complessa ed esaurire in poche righe l’argomento della politica urbanistica romana del centro sinistra sarebbe non solo arrogante, ma anche poco professionale da parte mia. Assisto però da mesi ad un gogna pubblica dell’ex assessore Morassut, soprattutto per la vicenda delle Terrazze del Presidente del noto imprenditore Pulcini.
Nella puntata di Report dal titolo “I re di Roma”, andata in onda a maggio del 2008, è stata fatta una fotografia di una città gravemente malata da tempo. Basta rispolverare uno splendido film, “Le mani sulla città” di Francesco Rosi (1963), per capire che il male viene da lontano. Nel 1965, nel tentativo di curare il malato, Roma si dotò di un piano urbanistico, cioè di quello strumento con cui si cerca di controllare e contenere le patologie urbane attraverso regole che disciplinino il rapporto con la proprietà privata dei suoli, limitandone l’autonomia e inquadrandola in una visione di città. Si tratta dunque di un compromesso. L’Italia però ha una oggettiva debolezza del governo della cosa pubblica. Il futuro del territorio è stato ed è tutt’oggi affidato all’iniziativa privata in un quadro carente di regole certe e generali. Ciò è potuto accadere grazie al concorso trasversale dei governi sia di centro destra sia di centro sinistra. In parole povere, è l’economia ad aver dettato le regole a discapito dell’autonomia della politica. Questo fenomeno è stato particolarmente evidente negli anni '90, anni in cui il Ministero delle Infrastrutture ha iniziato a ricorrere in modo massiccio alle c.d. ‘attività per progetti’, esautorando così il ministero stesso dal governo dei processi urbani in un quadro sistematico che avesse al centro le esigenze delle città. Sono stati gli anni in cui nacque l’urbanistica contrattata grazie all’introduzione di strumenti chiamati ‘programmi complessi’. Anni in cui si è proceduto, anche a livello amministrativo, relativamente alle trasformazioni delle città, all’uso massiccio degli accordi di programma, cioè delle varianti ai piani regolatori. A questo si sono aggiunte, sempre in quegli anni, le politiche finalizzate al rilancio delle attività produttive sotto il profilo squisitamente economicistico e il drastico taglio della spesa pubblica nei trasferimenti di risorse alle autonomie locali, con il conseguente svuotamento delle casse comunali, che ha istigato i comuni a mercificare il proprio patrimonio andando in deroga ai piani regolatori. Tutto ciò, ha indotto a penetranti e pervasivi effetti di distorsione sull’intero ordinamento delle istituzioni e della società. ‘L’urbanistica contrattata’ si prefigura dunque come un male ben peggiore di quello della speculazione fondiaria descritta da Rosi. Dal 2001 a 2006, sotto il governo Berlusconi, il quadro allarmante sopradescritto si è arricchito di provvedimenti legislativi vergognosi. 2001: scudo fiscale che ha portato a Roma e nel Lazio una enorme quantità di denaro sporco che si è riversato nell’acquisto di attività c.d. pulite soprattutto in investimenti immobiliari. Sono seguiti a breve distanza ben due provvedimenti, quello sul cambio di destinazione d’uso e il condono edilizio (il terzo in 18 anni, unico caso al mondo). E’ in questo quadro che ‘vengono su’ Le Terrazze del Presidente. Siamo nel 1992. Morassut allora non so cosa facesse, ma di sicuro non era assessore all’Urbanistica di Roma. Ricordo che la puntata di Report aveva come oggetto le centralità urbane e la vicenda delle Terrazze del Presidente è stata affrontata perché era un caso emblematico di una piaga di ‘governo della cosa pubblica’ (nello specifico la mancata realizzazione del raddoppio di Via Acilia da parte di Pulcini è stato il ‘modus operandi’ con cui successivamente non sono state realizzate ad esempio le linee ferrate a servizio delle centralità urbane, cioè la non esecuzione delle opere a scomputo e il mancato pagamento degli oneri concessori). La vicenda delle Terrazze del Presidente è complessa e non verrà affrontata in questa sede. Dal 1992 ad oggi sono state numerose le passerelle di ogni colore politico (rassegna stampa disponibile). La trasmissione di Report ha avuto il merito di portare finalmente all’attenzione del grande pubblico e delle Procura il caso. A fine dicembre 2008 il sequestro cautelativo e i fatti che tutti conosciamo e di cui attendiamo gli sviluppi. Alcune considerazioni personali. Quelle 12 torri, di dimensioni abnormi, che svettano nel punto più alto del XIII Municipio, sono state per 16 lunghi anni sotto l’occhio visibile di chiunque, compreso quelli degli organi preposti al controllo del territorio, a volte forti con i deboli, ma deboli con i forti. Ora, è necessario sottolineare, che anche il miglior piano urbanistico è giustamente sempre e solo frutto di un indirizzo politico e che i cambi delle giunte, anche dello stesso colore politico, influiscono sulle deroghe al piano regolatore.
Dopo il ‘disegno su carta’, si passa alla fase di attuazione. La colpa dunque, di qualunque realizzazione, non è mai e solo del dipartimento di urbanistica, che offre gli strumenti per una corretta attuazione a prescindere dalla bontà della scelta, ma anche degli enti di controllo (Assessorato ai Lavori Pubblici, Sovrintendenza, uffici tecnici, ufficio condono edilizi, polizia municipale, stampa, cittadinanza attiva ecc.) che spesso e volentieri non operano nell’interesse dell’ente al quale appartengono e cioè il Comune, quindi, in ultima analisi, se stessi.
C’è un grande bisogno di pulizia nell’opinione pubblica, al limite della gogna, che è comprensibile, ma che rischia di non essere espressione di verità. Morassut è stato il più esposto mediaticamente per effetto della trasmissione e ha finito per diventare il capro espiatorio di un sistema distorto, penetrante e pervasivo delle istituzioni e della società tutta.

Le periferie di Roma sono sempre più luoghi senza identità, ma non si può pensare che soltanto con l’urbanistica la si può ritrovare. Il piano regolatore è uno strumento indispensabile, ma se manca la consapevolezza dei problemi in gioco, se viene meno la possibilità di invertire il corso delle cose, esso è uno mera conquista accademica. E’ dunque un problema di cultura generale di cui la classe politica, e non il singolo amministratore, ha una grossa fetta di responsabilità. Forse è di questo di cui dovremmo parlare.